Diaz – Don’t Clean Up This Blood” è la nuova pellicola del regista Daniele Vicari che, a distanza di undici anni, riporta alla luce la terribile vicenda accaduta durante il G8 di Genova quando un gruppo di oltre 300 agenti di polizia fece irruzione nelle scuole Diaz e Pascoli in quella che da Amnesty International è stata definita “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Dopo “Velocità massima”, il documentario “Il mio paese” e “Il passato è una terra straniera”, Vicari punta il dito contro una dei momenti più violenti della storia recente italiana affrontando le storie, ispirate ai fatti reali, di alcuni dei partecipanti alle ore di terrore iniziate nella notte dell’ormai tristemente noto 21 luglio 2001.

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A indossare i panni di alcuni dei protagonisti di “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” ci sono Elio Germano, il quale aveva già collaborato con il regista nella sua penultima pellicola, Jennifer Ulrich, già vista nelle pellicole tedesche “Le particelle elementari” e “L’onda” e Claudio Santamaria, nel ruolo del poliziotto Max. Fa invece il suo esordio sul grande schermo Davide Iacopini, affiancato dai più esperti Renato Scarpa e Mattia Sbragia, insieme a Pippo Delbono e Paolo Calabresi.

Dopo i gesti violenti dei cosiddetti {#black bloc} durante il G8 di Genova, la notte del 21 luglio 2001 la Polizia attaccano con sanguinosa violenza la scuola Diaz, decise a ristabilire l’ordine dopo le contestazioni avvenute durante la giornata. L’edificio, adibito a dormitorio e sede del Media Center del Genoa Social Forum, diventa in breve tempo un inferno a causa degli abusi da parte degli agenti che si lasciano facilmente andare a pestaggi contro i presenti: giornalisti e manifestanti, italiani e stranieri, tra cui il giornalista della Gazzetta di Bologna Luca Gualtieri (Germano) e la manifestante anarchica tedesca Alma (Ulrich). Il bilancio della notte è terribile: 93 persone, alcune in gravi condizioni di salute in seguito agli atti scellerati dei rappresentanti dello Stato, arrestate e tenute in custodia nella caserma di Bolzaneto, dove sono costrette a subire torture e umiliazioni al limite della condizione umana. Agli atti processuali seguiti agli eventi, partecipa anche il poliziotto Max Flamini (Santamaria), il quale nella notte degli attacchi era rimasto profondamente perplesso dalla furia dei pestaggi per mano dei suoi stessi colleghi.

Scampato alla censura, “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” di Vicari fonde alla perfezione finzione e documentazione accurata e precisa, con un risultato che esprime alla perfezione i sentimenti di rabbia e dolore che a distanza di anni ancora stentano a sopirsi. Un evento che ha segnato indelebilmente un ben determinato periodo storico, mettendo una croce sulla democrazia che per alcuni giorni è stata completamente dimenticata – o peggio ignorata – scatenando in pochi minuti un attacco abominevole, mascherato da atto di tutela della sicurezza pubblica.

Non c’è giustificazione alcuna per chi ha compiuto un vero e proprio assassinio dei diritti umani, con l’aggravante della totale mancanza di raziocinio in chi si è scagliato senza raziocinio contro le vittime della Diaz; allo stesso modo non c’è e non deve esserci giustificazione per chi ha permesso tale irragionevole gesto, descritto con ritmo incalzante e lucidità da parte di Vicari tanto da stringere lo stomaco in una morsa dalla quale è difficile liberarsi.

Sebbene senza un vero e proprio scambio di punti di vista tra le due parti, a causa anche dell’attesa della sentenza della Cassazione che dovrebbe arrivare a breve, e una superficiale analisi psicologica dei suoi protagonisti “Diaz” si posiziona idealmente nello stesso filone di “ACAB – All Cops Are Bastards” di Stefano Sollima, di cui è la perfetta controparte, e “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana costituendo le fondamenta ideali per quella che potrebbe essere una delle nuove strade del cinema tricolore, apprezzato da critica e spettatori, tanto da riuscire a sfondare i confini nazionali e a guadagnarsi, come nel caso di questa pellicola, il premio del pubblico all’ultimo {#Festival del Cinema di Berlino}.