In Italia lavora il 66,9 per cento dei laureati nella fascia d’età compresa tra i 25 e 34 anni: la media europea è dell’84 per cento, l’87,1 in Francia, l’88 in Germania, l’88,5 nel Regno Unito.

Basterebbero questi dati per capire il dramma e il paradosso tutto italiano per cui non avere il famigerato “pezzo di carta” è diventato un fattore competitivo. Già, perché in Italia, dati alla mano, forniti dal Censis, i diplomati hanno più chance di lavoro dei loro coetanei più istruiti, di ben tre punti percentuali. Com’è possibile?

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Si tratta dell’effetto di una serie di fattori legati al sistema Italia: scarsa innovazione industriale, sottosviluppo di varie aree (in particolare nel mezzogiorno), ritardo dei giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro, il quale a sua volta è asfittico, perché legato a vecchie consorterie generazionali e contrattuali.

Il risultato, oltre al fatto che molti sono disposti ad accontentarsi e gli stessi sogni di realizzazione sono stati messi nel cassetto, è che l’Italia sta perdendo laureati a ritmo vertiginoso: un doppio danno per il Paese, perché la collettività ha speso denaro per formarli, poi non è in grado di tenerli e così vanno a far salire il PIL (prodotto interno lordo) degli altri, lavorando altrove, mettendo su casa e famiglia.

La situazione non è soltanto italiana, ovviamente (è notizia di questi giorni la protesta giovanile in Spagna), ma in Italia è cronicizzata:

“In Italia la laurea non paga. I nostri laureati lavorano meno di chi ha un diploma, meno dei laureati degli altri Paesi europei, e con il passare del tempo questa situazione è pure peggiorata.”

Le parole di allarme del direttore generale del Censis Giuseppe Roma sono risuonate nella Commissione Lavoro della Camera dei Deputati l’altro giorno. Anche perché l’Italia fatica a far lavorare i suoi laureati, ma è pure il paese che ne ha di meno: solo il 20,7 per cento della popolazione. In Francia sono il 42,9 per cento.

Da documento del Censis, sono emerse anche tre proposte: anticipare la formazione; detassare il lavoro giovanile; accompagnare l’ingresso in azienda dei giovani.

“Si potrebbe introdurre un meccanismo per il quale l’azienda che assume due giovani con alti livelli di professionalità potrà essere aiutata a collocare un lavoratore a tempo indeterminato non più giovane, dopo opportuni corsi di formazione, in altre unità produttive, rimanendo il costo della formazione in capo ai soggetti pubblici.”