Conoscere le strategie più efficaci per calmare il pianto inconsolabile di un neonato è forse il desiderio comune a molte coppie di genitori, spesso in difficoltà nell’interpretare i segnali che anche i bimbi in fasce mandano per esprimere disagi e necessità.

La psicoterapeuta Christine Rankl ci fornisce consigli preziosi nel suo libro “Così calmo il mio bambino”, una guida dedicata ai genitori e già best-seller in Germania. DireDonna ha intervistato per voi l’autrice per carpire qualche indicazione in più in materia di comportamenti infantili.

Nel suo libro lei descrive perfettamente che cosa succede a molti genitori subito dopo il parto, quando vengono inondati da consigli non richiesti. Come trovare la forza di non ascoltare niente e nessuno?

«Il problema è proprio che i genitori, specialmente le mamme, sono spesso insicure. Questo è del tutto normale, è una situazione nuova e anche lo stesso ruolo di genitore è una novità. Non puoi essere sicuro. Sono sensazioni che si perfezioneranno nel corso dei mesi. È un po’ come imparare a guidare, quando inizialmente si è ansiosi, quindi da un lato si chiede aiuto, dall’altro lato si è confusi da troppi consigli. È come cucinare, e provare che tipo di ingredienti ci soddisfano e quali, invece, non fanno per noi. Molte madri agiscono in un modo perché l’hanno letto in un libro pur avendo una sensazione negativa. E molte altre leggono un’infinità di libri e una grande quantità di opinioni differenti su come si cresce un bimbo. Quando smettono di leggere, dovrebbero domandarsi: qual è la giusta via per me, o per noi? Dovrei trattare il mio bimbo come raccomanda qualcuno o trovare io il modo giusto? Ogni mamma dovrebbe decidere da sola. Se questa insicurezza dovesse continuare a lungo, fino ai primi cinque mesi dalla nascita del bimbo, io consiglierei di consultare uno specialista. Qualche volta i motivi delle difficoltà materne appartengono al passato della mamma, e le impediscono di sentirsi una buona madre.»

Perché, secondo lei, molti genitori si affidano ai metodi più drastici (la teoria di Estivill, ad esempio) per far dormire i neonati? E quanto possono essere dannosi questi sistemi?

«Perché sono stanchi, e non hanno più speranza che la situazione cambi. Allora decidono di leggere un libro pieno di promesse scritto da un esperto di notti tranquille, e la tentazione di provare questi metodi è tanta. Il problema con questi sistemi, che finiscono sempre con una lotta di forza con il bimbo, è che tutti ne escono perdenti. Il piccolo perde la fiducia nei genitori e questi potrebbero perdere la loro sensibilità verso il figlio. È come quando si usano questi tipi di metodi con il proprio partner, urlando sempre e non ascoltando le sue proteste. Io penso che così facendo si rischia di modificare il rapporto con il bambino, e un certo tipo di violenza diventa normale. Quando si decide di usare questi metodi per far dormire il bambino, che effettivamente possono funzionare, bisogna avere chiari due concetti: devi essere sicuro che puoi sopportare il suo pianto e che riesci a stare tranquillo, per dare al bambino una sensazione di sicurezza. Inoltre, non si deve lasciare il bambino da solo per più di 2-3 minuti. Un neonato non è in grado di avere memoria dei suoi genitori nella sua mente, quando non li vede. Pensa di essere completamente solo e va nel panico.»

A proposito del co-sleeping: l’abitudine di dormire nel lettone è spesso molto amata dai bimbi, ma la maggior parte dei genitori ne è terrorizzata. Esiste una via di mezzo per accontentare entrambi?

«Noi offriamo ai genitori una sorta di compromesso: il neonato/bambino dovrebbe addormentarsi nel suo letto ma dovrebbe avere sempre la possibilità di spostarsi dai genitori, quando ha bisogno di sentirsi vicino a loro. Ma, ecco il rovescio della medaglia: fino all’età di circa 5-6 anni i bambini sono abituati ad andare dai genitori durante la notte. Generalmente è difficile sentire la mancanza dei genitori per una notte intera. Quando i bimbi iniziano l’asilo o la scuola, inoltre, questo tipo di visite notturne diventano ancora più frequenti. Siamo felici quando i genitori ci dicono, dopo un certo tempo, quando il bambino cresce, che mostra il desiderio di dormire da solo nel suo letto. Un buon rapporto con i genitori è una base sicura per un bambino che, per sua fortuna, può stare con loro per tutta l’infanzia, ma anche la privacy dei genitori svolge un ruol importante nel costruire questo buon rapporto. Allora mamma e papà rimandano il bimbo nel suo letto, ma dopo poco tempo ritorna… Una buona soluzione potrebbe essere sistemare un piccolo letto (potrebbe essere anche un materasso) accanto al letto dei genitori. Così il bambino potrebbe arrivare in silenzio, sdraiarsi e dormire senza svegliarli, e ognuno avrebbe almeno abbastanza spazio per dormire. Nessuna soluzione è perfetta, quando ad esempio il padre si allontana dal suo letto lasciandovi il piccolo (unica eccezione: una malattia del bambino), c’è il pericolo che i genitori perdano il loro posto uno vicino all’altro e che il bambino arrivi ad avere un rapporto troppo stretto con la madre, escludendo il padre. Questo potrebbe mettere a rischio un rapporto familiare equilibrato.»

I neonati non usano il pianto non per “torturare” i genitori ma per comunicare i loro bisogni, in assenza di parole. Ma a che età si manifestano i primi veri capricci?

«Fin dall’inizio i neonati mostrano ciò che vogliono, ma questo ha un diverso tipo di significato a seconda dello stadio di sviluppo. L’età dei capricci inizia con una fase dello sviluppo chiamata della “separazione”, all’età di otto mesi. Questa fase è importante e durerà fino all’età di tre anni: è importante per il bambino riuscire a sentirsi separato dalla volontà dei suoi genitori, e sentirsi una persona autonoma. Quindi bisogna lasciargli lo spazio sufficiente per decidere qualcosa da solo, anche quando ci si sposta da casa (indossare un indumento ecc..). Ecco un criterio che aiuta a stabilire se un comportamento è un capriccio: il bambino può risolvere il suo problema da solo? Per esempio, un bimbo che si annoia può giocare da solo, anche quando la madre è vicino impegnata, ad esempio, a cucinare. Lo stesso bambino non può però restare molto tempo senza un abbraccio o qualche contatto fisico con i genitori.»

Per facilitare il distacco i più piccoli hanno bisogno di costruire un’immagine interiore della mamma, o del papà. Cosa fare se separarsi dai genitori è molto difficile anche dopo i tre anni?

«Un bambino di tre anni ha un’immagine interiore dei genitori. Pertanto questo tipo di problema ha altre radici. Il problema della separazione, di non sentirsi sicuri nel rapporto con la madre, ha molte ragioni. Una potrebbe derivare dal fatto che anche la madre non riesce a separarsi dal bambino. Oppure i genitori vivono una relazione che non è sicura, e uno di loro si sente separato dall’altro, o desiderano essere separati. A volte i bambini non vogliono essere separati dalla madre quando sentono di non averla abbastanza vicina, che capita ad esempio quando la madre deve lavorare tutto il giorno. Un altro punto da valutare riguarda le novità nella vita del bambino, come l’arrivo di un nuovo fratello o sorella in corrispondenza dell’inserimento all’asilo. Se il problema dura a lungo e diventa difficile per la famiglia è possibile rivolgersi a un centro che si occupa di benessere psicologico.»

Lei è co-fondatrice del reparto di psicosomatica neonatale presso il Wihelminenspital di Vienna: qual è il disturbo più comune che spinge le coppie di genitori a chiedere aiuto?

«In ambito ambulatoriale le problematiche più frequenti sono queste: disturbi del sonno (60%), disturbi del pianto (30%) e disturbi dell’alimentazione (10%). Nel contesto ospedaliero, invece: disturbi alimentari (90%), spesso in combinazione con problemi psicosociali (10%), e madri con diagnosi psichiatriche relative alla depressione post-partum

Ringraziando Christine Rankl per i suoi preziosi consigli, segnaliamo che sarà in Italia per incontrare il pubblico nelle seguenti date:

Verona

Martedì 8 novembre ore 17.30 presso la libreria Paginadodici, Corte Sgarzerie 6°, Centro Storico, tel. 0458005750. Insieme all’autrice interviene Tiziana Valpiana Fondatrice e Presidente Onoraria dell’Associazione “Il Melograno”. in collaborazione con Il Melograno Centro Informazione Maternità e Nascita. Seguirà aperitivo.

Mercoledì 9 novembre ore 10/12 presso l’Aula Magna De Sandre Facoltà di Medicina c/o Policlinico Giambattista Rossi, P.le L.A.Scuro 10. Introduce Prof. Massimo Franchi Direttore Clinica Ostetrica e Ginecologica AOUI. Seguirà aperitivo.

Trento

Mercoledì 9 novembre ore 18.00 preso il “Centro genitori e bambini” del Comune di Trento, via Torrione 10, tel. 0461-261414. Insieme all’autrice interviene Tiziana Valpiana Fondatrice e Presidente Onoraria dell’Associazione “Il Melograno”. In collaborazione con Il Melograno Centro Informazione Maternità e Nascita. Seguirà aperitivo.