Come saranno fatti gli alieni? Come potrebbe essere un eventuale incontro fra loro e gli umani? Quali conseguenze potrebbe avere sul nostro futuro? Queste domande sembrano essere alla base del film di Neill Blomkamp e prodotto dalla Wingnut Films di Peter Jackson, appena uscito nelle sale. Il giovane regista sudafricano fornisce al pubblico delle risposte, ma non sono risposte convenzionali e scontate.

Gli alieni arrivano su un’enorme nave spaziale e non si fermano su New York o un’importante capitale europea, ma Johannesburg, in Sudafrica. Sono brutti e ripugnanti, non ostili, ma non portano rivelazioni sull’universo o i segreti della loro tecnologia. Semplicemente giungono sulla Terra, denutriti e alla deriva, proprio come i rifugiati e disperati che vediamo tutti i giorni alla televisione approdare sulle nostre coste con malandati barconi. Arrivano sulla Terra e ci rimangono per anni come profughi, venendo infine relegati in una baraccopoli a loro dedicata, chiamata District 9.

Lentamente, gli alieni vengono isolati, trattati come una razza inferiore. Si arriva persino a violare i diritti fondamentali e a usare la violenza. Ma si può parlare di diritti umani per i non umani? Si comprende allora come mai la nave spaziale si sia fermata proprio in Sudafrica, il paese dell’apartheid e della segregazione. Usando il genere della fantascienza e l’espediente del mondo distopico, Blomkamp vuole parlare di diritti umani e della difficoltà ad accettare chi è apparentemente diverso, ma in realtà non lo è.

Il film parte dal cortometraggio Alive in Joburg che il regista ha realizzato nel 2005 e che ha avuto tanta foruna nella rete. Tanta fortuna e visibilità, che hanno spinto Peter Jackson a produrre un lungometraggio che partisse da quest’idea. Il risultato è un prodotto coraggioso e complesso. Le tecniche del documentario e della camera a mano, riprese dal cortometraggio, si fondono e si mescolano cone quelle più cinematografiche, a volte senza coerenza e dando una strana sensazione di fim ibrido. Sensazione presto superata, perché il film è convincente e basato su una sceneggiatura solida e articolata, che presenta alcune ingenuità in pochi punti.

I momenti meno convincenti sono quelli dove si riprendono alcuni stereotipi del film di fantascienza. Ma la capacità di non essere mai scontato fino alla fine, rende District 9 un’opera al di sopra della media, ottimamente girata. Gli alieni sono originali e ben realizzati, come convincenti sono tutti gli effetti speciali. Gli attori sono in parte, specialmente Sharlto Copley, che dona al proprio personaggio fragilità, coraggio e persino cattiveria (sembra quindi logico che alcune fonti, come il sito di Imdb lo vogliano nel ruolo di “Mad” Murdock nel prossimo film tratto dalla famosa serie televisa A-Team).

District 9 parte come documentario e termina come film d’azione, con forti dosi di adrenalina e schizzi di sangue, che all’inizio non ci si aspetta. E queste sequenze fanno forse ben sperare gli appassionati di videogiochi per il progetto da lungo pensato da Jackson di realizzare la versione cinematografica di Halo. Viene quindi logico pensare che alcune idee e alcune scene siano un banco di prova per il prossimo film prodotto dal regista neozelandese.