I neogenitori che devono ingegnarsi per calmare i frequenti pianti del neonato non sono pochi, anzi probabilmente rappresentano la maggioranza.

Se tuttavia ci si consola pensando che il problema si risolve, solitamente, nelle prime settimane dopo la nascita, una nuova teoria medica sembra stravolgere questo iter gettando nel panico molte mamme e papà. I neonati troppo inclini al pianto, infatti, potrebbero essere maggiormente a rischio di accusare problemi comportamentali durante la crescita. Si parla di aggressività, iperattività, depressione, ansia e disturbi generali legati alla condotta e all’attenzione.

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A sostenerlo è un team di ricercatori dell’Università di Bochum, che unendo i risultati di oltre venti studi precedenti sono arrivati alla conclusione che esiste un legame tra il pianto e le problematiche legate al comportamento in età pediatrica.

I motivi che causano crisi di pianto nel neonato sono molteplici, dalla fame, alle difficoltà legate al sonno fino alle tanto temute coliche, che troppo soventemente costringono i genitori a passare interminabili ore con il piccolo in braccio nel tentativo di calmarlo.

Durante la notte, inoltre, qualsiasi problema si percepisce come amplificato e alla preoccupazione per la salute del bambino, che proprio con il pianto manifesta i suoi bisogni, si aggiunge anche la difficoltà nel gestire la vita familiare e lavorativa.

Sembra che alla base del pianto frequente, così come delle varie tipologie di disturbi comportamentali citate sopra, ci possa essere un’incapacità di auto-calmarsi, la carenza di autocontrollo che, in età infantile, potrebbe degenerare e causare problemi di socializzazione al bambino, specialmente durante l’ingresso nel mondo della scuola.

“Abbiamo scoperto che esiste un rapporto particolarmente forte tra i problemi di regolamentazione nei disturbi dell’infanzia e la patologia ADHD, legame dato dai problemi di auto-controllo, che si manifestano quando i bambini non possono regolare la loro attenzione o le loro reazioni”.

Così ha affermato Dieter Wolke, uno dei co-autori dello studio e professore di psicologia dello sviluppo presso l’Università di Warwick.