Il divorzio sancisce la fine di un matrimonio e di un progetto di coppia, ma è anche foriero di una serie di esborsi economici che gli ex coniugi devono affrontare loro malgrado. Perché quando l’amore finisce, ci si ritrova a gestire pure il patrimonio comune, cosa che solitamente acuisce e non di poco le tensioni fra gli ex. Ecco perché quando si contrae matrimonio è sempre meglio instaurare la separazione dei beni, che in ogni caso previene eccessive tensioni e conflittualità.

Quando una coppia che ha scelto di unirsi in matrimonio cessa di amarsi, la strada che conduce al divorzio è tutt’altro che agevole, però l’aiuto di una serie di esperti (un bravo matrimonialista e un puntiglioso commercialista, per esempio) può facilitare la questione. Il costo di un divorzio non è risibile, quindi meglio iniziare da alcuni punti fermi dell’ordinamento giuridico italiano, per fare chiarezza.

Il divorzio è l’stituto giuridico mediante il quale ottenere lo scioglimento (nozze con rito civile) o la cessazione degli effetti civili (nozze con rito concordatario) del vincolo coniugale.  Per richiedere il divorzio è necessaria la presenza di due requisiti: il venir meno dell’affectio coniugalis, e la mancanza di coabitazione tra marito e moglie. Per giungere alla sentenza di divorzio devono essere trascorsi almeno tre anni di separazione legale ininterrotta: non riveste infatti alcun valore la separazione di fatto, rendendosi necessario il decreto di omologazione del giudice.

Ma quali sono i costi? L’ammontare di una causa di separazione è in realtà indeterminabile, per questo motivo viene collegato allo scaglione delle cause il cui valore oscilla tra i 25.000 e i 51.000 euro. L’onorario dovuto all’avvocato può andare da un minimo di 800 euro a un massimo di circa 3.000 euro per un procedimento di separazione consensuale che si concluda con una sola udienza; nel caso di separazione giudiziale, per la quale occorrano 4 o 5 udienze, si andrà da un minimo di circa mille euro a un massimo di  9.000 euro e oltre. I costi sono destinati a lievitare ulteriormente qualora si debba affrontare una separazione con addebito.

La legge 248/2006, attuativa del Decreto Bersani, ha tra le altre cose abolito le tabelle indicanti le tariffe minime per gli ordini professionali: questo consente la possibilità di accordarsi con il proprio legale stabilendo una quota fissa onnicomprensiva, a forfait, o variabile in base all’esito della vertenza. In assenza di accordi si applica invece la tariffa forense, e l’entità dei compensi nel Diritto Civile dipende dal valore della causa.

La legge 54/2006 sull’affido condiviso dei figli in caso di separazione, ha introdotto alcune novità relative agli obblighi di mantenimento, ora a carico di entrambi i genitori, e ha eliminato il concetto di assegno di mantenimento. Ora si parla di assegno diretto perequativo periodico, da stabilire tenendo conto di vari criteri tra cui le risorse economiche di entrambi i genitori.

Questo criterio è importante perché cerca di porre fine all’ingiustizia della normativa precedente, in base alla quale il genitore collocatario, che di solito era anche quello economicamente debole, riceveva l’assegno mensile per le spese del figlio, senza alcun obbligo di rendiconto. In ogni caso la fine di un matrimonio rappresenta un percorso doloroso e irto di spine anche dal punto di vita economico. Il divorzio, con le conseguenti ripicche tra ex, ha comunque alimentato fiumi di inchiostro e di umorismo. Meglio cercare di riderci sopra, come ha fatto Woody Allen quando ha detto:

«Mia moglie si è presa la casa, la macchina, il conto in banca, e se mi sposerò di nuovo e avrò dei figli, si prenderà anche loro».