Che le donne al volante siano considerate nella migliore delle ipotesi delle tartarughe fa parte ormai dell’immaginario collettivo. Motivo per cui quando, in piena corsia di sorpasso già ai 130 km/h (a volte anche 140), pensi di essere al massimo della velocità consentita, vieni in realtà brutalmente sbeffeggiata da quegli odiosissimi fari lampeggianti e da mezzi di trasporto (guidati esclusivamente da uomini) per cui la “distanza di sicurezza”  (questa sconosciuta) probabilmente è una pietanza esotica.

Ma quando la donna invece che al volante si ritrova ad un manubrio, bè la storia cambia. La donna in moto infatti fa sempre tutto un altro effetto: la donna in moto piace, la donna in moto acquista punti, la donna in moto è ….santa subito, anche se molto più provocante. Quando stai sulla moto, gli altri motociclisti ti suonano, gli automobilisti ti guardano, i pedoni commentano. Meravigliati, affascinati, ammirati.

Così, la donna al manubrio pare riscattare tutte quelle al volante, compresa se stessa. Salvo poi cadere rovinosamente in un giorno di pioggia, quando l’asfalto di una città civicamente devastata come Roma, decide di divorziare dalle ruote. E allora eccola. La catastrofe. Il declassamento. Il ritorno alle origini.

Il risveglio è traumatico: lo vedi quando il tuo ragazzo porta la moto dal meccanico, il quale gli rimanda uno sguardo quasi compassionevole, per poi scagliare come un expecto patronum tutta la sua disapprovazione nella tua direzione, quando viene informato che l’autrice dei bozzi in realtà sei tu. Lo sguardo compassionevole sparisce, i toni si fanno macabri, l’accusa è lì, pronta ad affiorare. Mi cade l’aureola e mortificata balbetto scuse. E, appena mi rendo conto di avergli dato in qualche modo ragione, mi rammarico con me stessa per essere caduta nella rete, oltre che sul suddetto asfalto.

Eppure mi dicono che cadono TUTTI. Anche i maschi, quelli bravi, quelli che piegano, che corrono, che sfrecciano sulle due ruote da una vita. Ma se sei donna, no, non puoi permettertelo, altrimenti ritorni il pericolo costante che eri sulle quattro ruote.

Ebbene io rispondo così: come nella vita, l’importante non è non cadere mai, ma rialziarsi quando accade; aggiustare la moto e ripartire. E forse, dico forse, guidare bene non significa necessariamente ritrovarsi su una pista di MotoGp o di Formula Uno, quanto invece imparare a essere prudenti, in macchina o in moto che sia. E da questo punto di vista, cari pericoli costanti, nessuno deve insegnarci nulla.

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