Cadono steccati, tabù, ogni giorno nel percorso delle donne italiane verso l’emancipazione. Nel caso della professione di avvocato, una semplice questione numerica ha finalmente dato i suoi frutti.

Le donne sono da tempo maggioranza nelle facoltà di Giurisprudenza, e spesso si laureano prima e con voti migliori. Ora diventano presidenti delle camere penali.

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Prima in Italia a ricoprire questo ruolo, Annamaria Alborghetti, alla quale è dedicata una intervista sul Corriere, dove si sottolinea come nel padovano le donne togate hanno superato i colleghi maschi.

Non si parla naturalmente solo della professione di avvocato, ma anche in magistratura il numero delle donne è copioso e notevole per qualità. E pensare che l’ingresso delle donne in magistratura risale in Italia al 1963. Prima era loro impedito di accedere ai concorsi perché (come alcuni parlamentari dissero durante l’Assemblea Costituente):

“Nella donna prevale il sentimento sul raziocinio, mentre nella funzione del giudice deve prevalere il raziocinio sul sentimento; da studi specifici sulla funzione intellettuale in rapporto alle necessità fisiologiche dell’uomo e della donna risultano certe diversità, specialmente in determinati periodi della vita femminile”.

Ovviamente la situazione in Italia anche per le avvocatesse non è sempre facile e non è uguale in tutto il territorio, ma alcuni limiti persistono, come ad esempio la battaglia che ancora deve essere vinta per evitare che in aula si presenti un avvocato col pancione perché non è prevista la gravidanza come impedimento per la legittima difesa dell’imputato.

Anche le statistiche parlano chiaro: la Commissione per le pari opportunità del Consiglio Forense ha più volte sottolineato come a fronte dell’oltre 50 per cento degli iscritti agli Ordini forensi le donne guadagnano la metà degli uomini.

A proposito: in molti preferiscono utilizzare il termine maschile, avvocato, perché “avvocatessa” non esisterebbe. Ma ci avete fatto caso? Esistono sempre i termini al femminile delle mansioni considerate più umili (“cameriera”, “professoressa”, “infermiera”, e via dicendo), ma quando si tratta di ruoli importanti, improvvisamente i termini mancano. E allora, un consiglio: se mancano, inventiamoli e imponiamoli. Anche il dizionario, a volte, è un retaggio del passato.