Qualche settimana fa, l’europarlamentare leader del Movimento per l’Italia Daniela Santanché, è stata aggredita per essersi presentata nella zona di Milano dove si stavano svolgendo i festeggiamenti per la fine del Ramadan (la fabbrica del vapore, di fronte al Teatro Ciak) e aver energicamente manifestato contro il burqua.

Tralasciamo le diverse ipotesi circa come siano andate le cose: si sono già spesi, in questi giorni, fiumi di inchiostro (o meglio, di caratteri).

Forse, anzi sicuramente, la scelta di andare a manifestare proprio nel corso di un rito religioso non brilla per correttezza. Se ci si pensa, non è un atteggiamento rispettoso dell’altrui culto (così come non lo sarebbe, ad esempio, una manifestazione per la laicità dello Stato durante, magari, la messa della domenica del Papa).

Forse, anzi sicuramente, la scelta è stata fatta di proposito, una provocazione voluta, cercata appositamente per creare il caso; la protagonista della vicenda è donna politica troppo navigata per cadere in una semplice ingenuità.

Eppure, tra le critiche che si sono levate nei confronti della Santanché ce n’è una, quella che sostiene la “libertà” delle donne islamiche di portare il burqa. Ma come si fa a dire che la scelta di indossare un lenzuolo a più strati, che copre completamente la testa e lascia agli occhi solo una velata visione frontale, sottraendo quelle laterali e quella in basso, sia una scelta frutto di libertà?

Una cosa è la libertà di portare il velo (l’hijab, quello che copre solo la testa lasciando scoperto il viso), ma qui parliamo di burqua, e basterebbe aver letto “Mille splendidi soli” dello scrittore afghano Khaled Hosseini per rendersi conto che nessuna donna, dotata di un minimo di consapevolezza di sé stessa, potrebbe mai scegliere volontariamente di mettersi addosso una prigione semovente, che a stento la lascia libera di guardarsi intorno.

Vorrei spiegarmi meglio, e per farlo vi invito tutte a dare uno sguardo a questo forum: il fatto che ci siano ragazze che vivono e studiano nel nostro Paese (dunque di quelle che noi definiamo integrate), secondo le quali i vestiti che lasciano intravedere le forme sono fonte di peccato, e che si chiedono se i tacchi siano “consentiti”, poiché l’andatura che determinano (e addirittura il rumore che producono) attira l’attenzione, non è paradossale?

Mi rendo conto che le donne, quelle d’Oriente e quelle d’Occidente, hanno ciascuna la propria “prigione”. La nostra è quella della bellezza inseguita ad ogni costo, secondo un preciso diktat etero-imposto: una nuova divinità fintamente libera che in realtà ci schiavizza.

La loro è quella di un Dio geloso e possessivo, padrone assoluto del corpo delle donne, liberticida.

Contro entrambe queste prigioni le donne di oggi, secondo me, dovrebbero lottare. Qualche passo in avanti lo si sta facendo: proprio qualche giorno fa, infatti, una 15enne marocchina ha denunciato il padre ai carabinieri:

Temo che voglia uccidermi perché frequento un ragazzo italiano e vorrei seguire i costumi di vita occidentali.