Donne e libere professioniste: la famiglia così diventa un lusso? Se lo chiede il gruppo di Nuova Informazione, una componente storica del sindacato dei giornalisti lombardi, che ha condotto una ricerca – diventerà anche un video e un libro – sull’anello debole del giornalismo in Italia. Chiedendo a 600 colleghe freelance del loro stato, è emersa tutta la precarietà e la scelta, sempre più diffusa, tra famiglia e carriera a cui sono costrette, quando non dovrebbero.

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I risultati di questo lavoro verranno presenti ufficialmente martedì prossimo, 26 aprile, al Circolo della Stampa di Milano, dove si parlerà di questi dati e si procederà alla comparazione con quelli sui percorsi di carriera delle giornaliste e dei giornalisti italiani illustrati da Luisella Seveso, coordinatrice del Gruppo sulle Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e da Monia Azzalini, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia. Maria Teresa Manuelli, coordinatrice Gruppo Formazione di Nuova Informazione, ricorda il momento in cui è nata la ricerca sulle freelance lombarde:

«Il desiderio di sensibilizzare la categoria è figlio dell’innalzamento dell’età pensionabile di cinque anni per gli iscritti alla cassa INPGI. Ci siamo chieste: va bene, è un sacrificio, ma questo denaro deve servire alle donne, tutte le donne. E allora che senso ha, oggi, distinguere ancora tra giornaliste assunte e free lance?»

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La questione è nota: la crisi ha accentuato il precariato e, paradossalmente, aumentato le chance per le partite Iva, ma le giornaliste freelance sono sottoposte a tutti gli stress immaginabili di un sistema in crisi strutturale: alla crisi attuale si aggiunge quella della professione, a sua volta peggiorata dalla condizione femminile (dimissioni in bianco, welfare inesistente per la maternità con questo genere di contratti).

A portare il peso maggiore della precarietà sono indiscutibilmente le freelance, spesso foglie al vento senza garanzie, vittime di ricatti economici dell’editore e delle tensioni nelle redazioni. Ma in un mondo declinato al maschile è bene ricordare che tutto il lavoro delle donne è sotto schiaffo e anche chi ha un contratto si scontra con rigide barriere alla carriera.

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Le 600 donne che hanno risposto al sondaggio raccontano il disagio professionale che diventa anche personale e rappresenta un punto fermo del dibattito attorno a una ineludibile riforma futura che abbatta le barriere contrattuali – ormai senza senso – e consideri le giornaliste nel loro complesso per quello che sono: un patrimonio che non può essere disperso e sacrificato.

Fonte: Nuova Informazione