La crisi economica ha aumentato il divario occupazionale tra uomini e donne e ha cancellato 13 milioni di posti di lavoro per le donne. Lo dice uno studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni unite, che ha calcolato in uno 0,7% il divario aggiuntivo tra generi nel lavoro a livello globale.

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Insomma, la crisi ha portato indietro l’orologio della parità. Anche se le cifre in Occidente sono sempre più vicine – 50% di impieghi vulnerabili o sottoccupazione per le donne e 48% per gli uomini; 5,8 % il tasso di disoccupazione femminile contro il 5,3% maschile – resta sempre un gap che non si riesce a colmare e che la crisi ha allargato.

Con le naturali differenze tra le diverse aree del mondo (il divario è aumentato negli ultimi anni nell’Asia Meridionale e nell’Est Europa), ma la tendenza è sempre la medesima.

Un gap, è bene ricordarlo, che un valore morale ma anche economico: se le donne lavorassero quanto gli uomini, si generebbe un PIL lordo in più di 1.600 miliardi di dollari. E allora secondo il rapporto dell’ONU bisogna creare misure di protezione sociale per ridurre gli elementi di vulnerabilità delle lavoratrici e investire in competenze e istruzione e politiche per promuovere l’accesso al lavoro. Per invertire di nuovo la tendenza dovuta alla recessione economica, secondo la logica per cui se le donne sono le prime vittime della crisi è da loro che passa il riscatto.

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Michelle Bachelet, Direttore Esecutivo di UN Women, che ha contribuito al rapporto, così commenta questi dati:

«Benché le donne in tutto il mondo contribuiscano all’economia e alla produttività, esse continuano ad affrontare molti ostacoli che impediscono di esprimere il loro pieno potenziale economico. Questo non solo inibisce le donne, ma costituisce un freno per la performance economica e la crescita».

Fonte: AGI