Famiglia e lavoro. Davvero costituiscono un binomio inconciliabile per noi donne? Gestire bene la propria occupazione riuscendo anche a coniugare figli, uomini e attività casalinghe potrebbe risultare difficile, faticoso,  ma non impossibile.. se solo non ci mettessero continuamente i bastoni tra le ruote! I risultati che emergono dal sondaggio paneuropeo sulle discriminazioni tra i sessi del Gruppo Aufeminin, infatti, rivelano dati inquietanti sul trattamento riservato al sesso femminile nella nostra società.

In Italia solo il 46% delle donne lavora (l’obiettivo che chiede l’Ue è il 60%). Svariati i motivi che spiegano questo dato: la maternità, come prevedibile, risulta per la maggioranza del campione intervistato (51%) l’ostacolo più grosso da superare a causa della mancanza di politiche sociali a sostegno delle mamme che lavorano (vedi le carenze di un welfare senza asili nido), motivo per il quale si sposta sempre più in là l’età in cui si sceglie di avere figli. Il 21% delle intervistate lamenta i salari più bassi rispetto a quelli percepiti dai colleghi maschi, ed il 13% afferma di coprire, nonostante una comprovata esperienza accademica e professionale, immeritate posizioni secondarie (in Italia, ad esempio, solo il 5% siede nei Cda delle aziende quotate), con un conseguente avanzamento di carriera pieno di freni e ostacoli.

La situazione non migliora spostandosi nell’ambiente famigliare: i modelli patriarcali, pesante eredità di secoli passati, continuano ad essere presenti, soprattutto nelle realtà più periferiche. Laddove sono entrambi i coniugi a lavorare, nel 61% dei casi sono comunque sempre le donne ad avere l’esclusiva sulle attività domestiche, senza alcun ausilio del capofamiglia.

Triste, infine, lo stereotipo femminile propinatoci continuamente da televisioni e pubblicità: le donne raramente sono protagoniste nei programmi di attualità, o sono interpellate come esperte, spesso e volentieri, invece, “decorano” un programma o lo presentano nonostante l’assoluta inesperienza e, talvolta, incompetenza (gli esempi più eclatanti in ambito sportivo, dove lo stacco di coscia sostituisce le conoscenze in materia).