Le donne sono sempre più numerose ormai in campo scientifico. Eppure, sono ancora assoggettate a pregiudizi e stereotipi. Ci provano, e sono piene di qualità fondamentali sul campo del lavoro, ma vengono fermate a un certo livello. Perché?

Sono brave, intelligenti e preparate, ma l’American Association of University Women sostiene che, praticamente, nessuna donna riesce a essere messa alle stesse condizioni degli uomini. Il motivo, secondo la ricerca, è un problema culturale, un blocco subdolo che, danneggiando le donne, danneggia lo sviluppo di un’intera società.

Soprattutto nel settore STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) ci sono poche donne: ma non perché nessuna rappresentate del gentil sesso abbia declinato gli studi accademici del settore, né perché quelle che li hanno conseguiti non siano brave o siano poche. L’eloquenza è un’altra: il campo è maschile, e ristretto come una casta ai solo uomini. Lo sostiene anche Catherine Hill, che dopo tale studio ha scritto anche un libro sul fenomeno.

Il problema maggiore è la diffusa convinzione che le donne non siano portate per materie scientifiche. Anche a Harvard, dove ci dovrebbe essere una docente donna ogni tre, la realtà non è così.

Tragicamente, se permettono al presidente di Harvard, Lawrence Summers, di affermare che “le differenze biologiche innate tra donne e uomini fanno sì che le prime eccellano meno dei secondi in carriere legate alla matematica e alle materie scientifiche”, ne emergono due elementi: il primo è che non vi è niente di più falso, e il secondo è che la risposta a questo concetto riduttivo arriva direttamente dalla presenza di Mae Carol Jemison, prima donna afro-americana a volare nello spazio.