Probabilmente a loro non piacerebbe. Il termine “leadership rosa”, intendo. Perchè sono femministe sì, ma non appartengono a quello che viene ormai definito “femminismo tradizionale“. Non si tratta cioè di donne che combattono per i diritti delle donne, ma di donne che combattono per il comando delle donne. C’è una leggera differenza. E per questa differenza il mondo degli estremismi si contorce e si dibatte.

Dopo l’ascesa di Amy Hood ai vertici di Skype, pare che “l’executive feminism” non possa fare a meno di trovare la sua strada. Un nuovo femminismo, forse più estremo del precedente, in qualche modo elitario, ma anche aggressivo, deciso e spudorato. Un femminismo moderno, al passo con i tempi, che si lega a sfere da sempre appannaggio quasi esclusivo del mondo maschile, e che non fa sconti nemmeno alle donne.

Intanto fa pensare che quello che può essere definito il “manifesto” di tale movimento arrivi dal mondo della tecnologia, dove peraltro le donne cominciano a farsi sentire sul serio (ed Amy Hood è solo l’ultimo esempio in ordine cronologico): Sheryl Sandberg è una delle donne più importanti della Silicon Valley, visto che ricopre un ruolo fondamentale all’interno della società alle spalle di Facebook, e il suo libro uscito a marzo “Lean in” (Fatevi avanti!) è una sorta di “manuale dell’ascesa femminile”, in cui fra dati, consigli e ammonizioni, si paventa un mondo comandato dalle donne. L’esatto contrario di quello che sosteneva Erin Callan qualche tempo fa.

L’executive feminism infatti vorrebbe che le donne si svestissero di insicurezze e pregiudizi inversi per calarsi nei panni delle leader: nelle aziende, in politica, ovunque ci sia da dirigere qualcosa. La Sandberg infatti sostiene che il mondo sarebbe un posto di gran lunga migliore se le donne comandassero laddove conta e se gli uomini rimanessero a casa a gestire figli e pulizie.

Forse l’idea è fin troppo estremista e francamente poco equa (il femminismo non deve essere una scusa per far pagare agli uomini secoli di oggettivi e innegabili soprusi), ma la Sandberg non sbaglia quando dice che spesso le donne non fanno carriera perchè non si sentono in grado, perchè sono convinte di dover badare alla famiglia a tutti i costi o perchè hanno sensi di colpa nei confronti dei figli.

C’è chi sostiene però che il suo libro, forse una mera e pura operazione di marketing da brava manager spietata, sia portatore di un “movimento” troppo esclusivo,  quasi classista. Perchè donne comuni, ragazze madri, dipendenti pubbliche secondo alcuni esperti non possono rientrare in alcun modo nei destinatari dei suoi consigli, per motivi di ordine pratico ed economico.

Ma d’altra parte, mica tutte le donne possono ricoprire posti di comando, è una pura questione matematica. Senza contare che c’è chi è portata per emergere e chi no.

Non so se questo nuovo modo di concepire il femminismo prenderà piede, se le donne si divideranno, se risponderanno a certi tipi di appelli oppure se tutto finirà in una bolla di sapone. Non so nemmeno se questi ideali siano “giusti”. L’unica cosa che so è che, se è vero che le donne rifiutano di progredire professionalmmente per sensi di colpa e di inadeguatezza, l’unica responsabile è la società maschilista, che tali sensazioni ce le inculca nel cervello fin da piccole. E con queste sì, è davvero ora di finirla.

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