Finché ci sarà questo divario, non cresceremo mai. Questa è in sintesi la morale del convegno “Crescita economica, equità, uguaglianza: il ruolo delle donne” organizzato ieri dalla Banca d’Italia. Il divario di genere costa al sistema sette punti percentuali di Prodotto Interno Lordo.

Anche con le altre voci non stiamo messi benissimo: l’Italia naviga nella media classifica, tra il 50° e 80° posto, in tutte le graduatorie economiche che prendono in considerazione i fattori di sviluppo della società. Nel 2010 era occupato il 46,1% delle donne tra 15 e 64 anni, contro il 67,7% degli uomini. Nessuno in Europa fa peggio di noi per quanto concerne il peso delle donne e dei giovani nell’economia, e talvolta anche molti paesi emergenti – e neppure tanto democratici – fanno meglio.

L’Ufficio studi di via Nazionale ha calcolato che se il sistema Paese riuscisse a portare al 60% l’occupazione femminile (peraltro, obiettivo del trattato di Lisbona), avremmo una crescita economica nella media dell’Unione Europea nel primo trimestre 2011: altro che downgrade.

Invece, ai pochi passi in avanti, sempre molto lenti, per imprenditorialità femminile, corrispondono aree (soprattutto al sud, dove solo tre donne su dieci lavorano) pesantemente arretrate, legislazioni inadeguate, e persino discriminazioni di fatto che non dovrebbero esistere.

Anna Maria Tarantola, vicedirettore generale della Banca d’Italia, così illustra il concetto:

«Il reddito delle donne contribuisce non solo al benessere familiare, ma anche alla massa fiscale e previdenziale, nonché alla domanda di servizi di cura alle persone che, per loro natura, sono radicati nel territorio. In questo modo l’occupazione femminile attiva un circolo virtuoso che genera, oltre al reddito, anche occupazione e imprenditoria aggiuntiva.»

Fonte: Radio Radicale