Il Consiglio dei Ministri ha dato l’ok: le donne italiane dipendenti del pubblico impiego andranno in pensione a 65 anni, come richiesto dall’Unione Europea. Dopo il parere favorevole a questa riforma espresso dalla Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, il Consiglio dei Ministri accoglie il monito della UE e alza l’età pensionabile per le donne del pubblico impiego da 61 a 65 anni, a partire dal 2012.

Ma nonostante l’immediatezza di questa riforma, il ministro del Welfare Sacconi tranquillizza le dipendenti della Pubblica Amministrazione chiarendo che per loro sarà possibile sfruttare l’anzianità contributiva, e andare in pensione anche prima del termine che entrerà in vigore. Il Ministro poi si pronuncia anche per quel che riguarda il settore privato, dichiarando che questa norma non lo tocca affatto e non è neppure la premessa dell’estensione del decreto alle donne dipendenti di enti e società non pubbliche. Queste a proposito le sue parole:

L’impatto di questa norma è quindi modesto, molto contenuto, su circa 25mila donne da qui fino al 2019. L’emendamento non riguarda in alcun modo il settore privato. Non è neanche la premessa. La sentenza della Corte europea contesta solo la discriminazione salariale tra uomini e donne nella pubblica amministrazione.

Una manovra quindi che pur penalizzando quelle 25mila donne interessate, porterà notevoli risparmi alle casse dello Stato. Anticipando i tempi dal 2012 al 2018 quindi, come stabilisce il decreto comunitario contrariamente a quanto deciso dal nostro governo, il risparmio per le casse erariali è pari a 1,45 miliardi. Soltanto nel 2012 infatti, è prevista una cifra di 50 milioni di euro, nel 2013 altri 150 milioni.