Le donne scendono in piazza per dire un no secco alla liberalizzazione degli orari e al lavoro domenicale. Perché la domenica mi lasci sempre solo? La famosa canzone di Rita Pavone che descriveva la solitudine delle donne coi mariti sempre allo stadio – oggi ci sono le Pay TV, e chissà se è meglio o peggio – oggi andrebbe riscritta al maschile: sono i padri di famiglia, infatti, a rischiare di non vederle più perché precettate anche nel giorno di riposo quando lavorano come commesse nei centri commerciali.

Ne abbiamo scritto qualche tempo fa: la totale liberalizzazione delle aperture domenicali e festive nel commercio ha un effetto indesiderato che si traduce in lavoro nero e aggravio dei tempi di conciliazione. Per questa ragione ieri nella “Giornata delle domeniche libere”, promossa dalle organizzazioni sindacali e anche religiose, nelle piazze italiane (Milano, Firenze) in particolare nella Capitale di fronte a Cinecittà, si sono radunate le donne con le loro famiglie per dire no allo scippo delle domeniche con lo slogan:

«La domenica non ha prezzo».

Una manifestazione che ha raccolto meno adesione del previsto, forse perché il messaggio, in tempo di crisi, non è molto popolare: la flessibilità dell’orario, gli straordinari, non sono la soluzione. Lavorare di più, certo, non è un male, ma può diventarlo se non cambia tutto il resto a cui devono pensare le mogli e le mamme.

La grande distribuzione è nel centro del mirino perché la liberalizzazione degli orari dei negozi – se implica un’accetazione personale da parte dei titolari – diventa un obbligo per quelli che legano la propria attività ai grandi centri commerciali, finendo col trasformare un’opzione in una legge non scritta che precetta al lavoro.

Migliaia di lavoratrici di negozi e centri così lamentano il peggioramento teorico di uno sfruttamento che avviene già con turni e orari che sembrano fatti apposta per non far vedere alle mamme i loro bambini.

L’argomento non è banale: ci sono regioni come la Toscana che hanno fatto ricorso per valutare la costituzionalità dell’articolo 31 della manovra “Salva Italia” del governo Monti perché orientata a svolgere un ruolo di regolamentazione. Se la Corte dovesse esprimersi a favore, le liberalizzazioni sarebbero regionali e non più nazionali.

Fonte: FilmCams