Un nuovo studio fa chiarezza sul legame esistente tra le ore che si trascorrono dietro la scrivania e i problemi di sovrappeso: maggiore è la durata giornaliera di un lavoro sedentario, più forte è il rischio di accumulare chili di troppo.

Brutte notizie per le donne lavoratrici perennemente in lotta con la bilancia: una ricerca pubblicata sull’International Journal of Obesity mette in luce una verità sconfortante: le esponenti del sesso debole che svolgono un lavoro sedentario per una media di 35 ore settimanali, orientativamente 7 ore lavorative quotidiane, aumentano di peso in modo proporzionale alla quantità di tempo dedicata alla propria professione.

Una verità forse un po’ scontata, tuttavia pare che per le stesse donne aumenti anche il rischio di diventare fumatrici incallite e fare abuso di alcolici. Molte ore di lavoro, soprattutto se sedentario, significano meno tempo per fare attività fisica e avere cura del proprio benessere. Un altro aspetto interessante della ricerca riguarda le fasce di età maggiormente colpite dai problemi di peso: sono infatti le donne di età compresa tra i 45 e i 50 anni a perdere più facilmente il controllo del loro peso se svolgono lavori di ufficio, ingrassando in una percentuale pari all’1,5% nell’arco di due anni.

La ricerca, condotta da Nicole Au del Centre for Health Economics della Monash University, ha coinvolto oltre 9 mila donne, arrivando a una conclusione che dovrebbe servire da monito non solo per le lavoratrici – invitate a prestare più attenzione alla salute – ma anche per le aziende che dovrebbero attivare politiche volte a favorire il benessere dei dipendenti e a limitare le conseguenze di mansioni troppo sedentarie.

«Lo studio mette in evidenza il crescente numero di donne che entrano nella forza lavoro e gli effetti di questo sulla loro capacità di mantenere un peso sano. Orari di lavoro prolungati possono ridurre il tempo impiegato nella preparazione di pasti cucinati in casa, l’esercizio fisico e il riposo notturno, che sono fattori di rischio per l’obesità».

Fonte: Medical Press