Per le donne medico in Italia la professione è meno gratificante rispetto a quella dei colleghi dell’altro sesso. Una verità assodata e sconfortante, che trova una misura oggettiva nel salario: il 30% in meno. Quindi, non solo non raggiungono i posti di comando – un primario su dieci è rosa – ma guadagnano meno, e non si capisce bene perché.

L’annuario statistico dell’ENPAM – il loro ente previdenziale – è una fotografia dei medici italiani con profili anagrafici, redditi e carriere, da lì emerge il problema del divario salariale tra le donne medico e i colleghi uomini: costante del lavoro femminile, ma che tra i camici rosa sembra ancora più forte.

Sarà anche una delle migliori professioni, e tra le più richieste, ma certamente ci sono aspetti da migliorare, se si considera che per l’anno 2010 le donne medico nella classe di età vicino alla pensione hanno dichiarato circa 40 mila euro rispetto ai 57 mila euro mediamente dichiarati dai colleghi maschi.

Scendere nella fascia d’età non cambia le cose, anzi: le giovani under 30, che fanno generalmente la libera professione, dichiarano 14 mila euro contro i circa 18 mila euro dei maschi, divario che passa da 28 a 36 mila negli under 40.

Ciò che fa più rabbia, però, è scoprire come la meritocrazia sia sempre merce rara in questo paese, perché se ci fosse questi dati dovrebbero essere al contrario. Le ragazze, infatti, mostrano fin dagli studi performance migliori: tra chi si iscrive agli Ordini prima dei 29 anni le donne sono quasi il doppio degli uomini (9.388 contro 5.705). Più veloci, più preparate, disposte a lavorare fino a 65-67 anni (come pretende più la realtà delle cose che non la riforma Fornero, che si è limitata a prenderne atto): perché non dovrebbero guadagnare come i colleghi?

Una strada è dettata dalla regolamentazione della professione: non è un caso che in medicina generale, dove sono meno le sovrapposizioni tra svolgimento della professione in ospedale o in privato, i guadagni di avvicinano.

Fonte: Quotidiano Sanità