Il 58% degli studenti universitari è rappresentato da donne, contro il 42% degli uomini (e chi ha frequentato una facoltà sa che spesso, le ragazze, sono anche più precise e studiose).

Eppure, tra i top manager italiani, solo il 17% indossa gonna e tacchi, e addirittura solo un misero 6% di donne riesce ad entrare in un consiglio di amministrazione di un’impresa quotata in borsa.

Insomma, nell’universo del mercato e della Borsa il gentil sesso arranca, e viene il sospetto che non sia per mancanza di capacità.

Come fare, allora, per invertire questa tendenza?

Proprio in questi giorni è in discussione alla Commissione Finanze della Camera una proposta di legge (presentata da Lella Golfo, presidente della Fondazione Bellisario ed esponente del PdL) che prevede la fissazione di quote rosa, in modo da riservare alle donne una parte dei posti nei CdA.

Le quote rosa, spesso anche di tipo temporaneo, sono largamente utilizzate anche in altri Paesi europei: della loro eventuale presenza in politica si è discusso molto. Meno, invece, se ne è parlato nel mondo dell’impresa.

La necessità di donne, anche in questo settore, è stata recentemente sottolineata da personaggi che di CdA e banche se ne intendono, come Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa San Paolo, e Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit.

Una spiegazione tecnica circa la loro opportunità l’ha fornita, sulle pagine del Corriere Economia, il presidente di Assogestioni Marcello Messori:

Le donne subiscono una esternalità negativa che deriva dalla posizione che hanno nel sociale. Da economista penso che per rimuovere le esternalità negative siano necessarie strutture di incentivi, ma quando il problema è molto radicato nelle istituzioni è necessaria una norma che lo rimuova.

E la norma in questione sarebbe appunto quella sulla quote rosa, sulle quali stanno in questi giorni riflettendo molto anche tecnici ed esponenti delle principali associazioni bancarie, in occasione della stesura del nuovo Codice di autodisciplina.

L’idea che serpeggia è quella secondo la quale un consiglio di amministrazione per la cui formazione si tiene conto anche del genere e dell’età sarebbe meglio strutturato (contribuirebbe anche allo svecchiamento di certe strutture).

Eppure non tutti sono d’accordo con le quote rosa: al di là dei convincenti ragionamenti tecnici, c’è chi (anche tra le donne) evidenzia come la stessa previsione di posti riservati alle donne equivale ad un’ammissione della loro posizione “diversa” (un po’ come accade, tanto per dire, per i posti di lavoro riservati ai portatori di handicap nelle amministrazioni pubbliche).

Il vero nodo starebbe, invece, nel garantire un effettivo “primato dell’intelligenza“, nel capovolgere il sistema, rendendolo più meritocratico e soprattutto attuando misure che consentano alle donne di poter meglio conciliare i figli con gli impegni lavorativi, in modo da poter dedicare a questi ultimi lo stesso monte ore e la stessa intensità degli uomini.

È un’utopia? E voi, uomini e donne, che ne pensate, siete a favore o contro le quote rosa?