I precari sono più di tre milioni (per la precisione 3.315.580) e devono vivere con uno stipendio di circa 800 euro al mese. Una paga da soldato semplice di un esercito alla disfatta, ma oggi questa condizione è di chi rappresenta il futuro del paese. I dati del centro studi della Cgia di Mestre chiariscono alcuni aspetti del precariato italiano, ritraendone tutta la drammaticità.

Innanzitutto due stereotipi da smentire: il precariato dei laureati, il precariato del settore privato. In realtà, un precario su tre è del settore pubblico. I precari della pubblica amministrazione sono 514.814 nella scuola e nella sanità e 477.299 nei servizi pubblici e sociali. Dopo il settore pubblico, vengono il commercio, servizi alle imprese e negli alberghi e ristoranti (337.379), dove evidentemente la crisi si fa sentire subito.

Anche il titolo di studio conta: i laureati sono il 15% del totale, tre volte meno dei diplomati. Perciò la questione della sottooccupazione intellettuale è esiste, non c’è dubbio, ma quella della disoccupazione generale è più grave complessivamente. L’altro 35% è rappresentato da persone con la licenza media, quindi assolvere la scuola dell’obbligo e cercare lavoro è infilarsi in un percorso di contratti a termine ancora più lungo di chi ha una laurea. Per questa ragione, il centro studi ha sottolineato la necessità di lavorare sull’apprendistato e la formazione per evitare che lavoratori con un basso livello professionale vengano spazzati via dal mercato del lavoro, causa crisi e, diciamola tutta, spostamento di fabbriche in altri paesi.

Non è uno stereotipo, invece, la questione femminile: le donne sono più precarie degli uomini e guadagnano ancora meno anche quando nelle stesse medesime condizioni: gli 836 euro di media sono calcolati partendo dai 927 euro dei maschi e i 759 euro delle donne.

Anche la geografia è una realtà di questo precariato: essendo il settore pubblico così implicato, è inevitabile che sia il sud a pagarne le maggiori conseguenze. La classifica delle Regioni con più precari parla chiaro: quella che ne conta di più è la Calabria, seguita dalla Sardegna, Sicilia e la Puglia.

Fonte: Pubblica Amministrazione