Una media di 987 euro al mese, quasi 300 in meno di un italiano. Questo il dato più evidente dello studio della Fondazione Leone Moressa, che ha analizzato le retribuzioni mensili dei dipendenti stranieri in Italia.

Condizione che a dispetto di facili retoriche e pregiudizi su privilegi ingiusti rispetto agli italiani, peggiora per le donne straniere, che guadagnano appena 797 al mese. In più, la loro istruzione non cambia il loro destino.

Il contesto è naturalmente lo stesso dove si ritrovano i medesimi meccanismi del mondo del lavoro italiano: migliori retribuzioni per chi lavora nei settori del trasporto, della comunicazione e nelle costruzioni, più basse per chi opera nell’agricoltura o nei servizi alla persona. E grandi differenze tra nord e sud del Paese: 1.159 euro al mese per l’immigrato che lavora in Friuli Venezia Giulia contro i 674 euro allo straniero in Calabria. Mezzogiorno che si distingue in negativo anche per il maggior gap tra italiani e stranieri, mentre nel nord-est la forbice è minore.

Le ingiustizie non finiscono qui, perché all’interno di questi differenziali, c’è ovviamente l’aggravante per le donne: se i loro mariti guadagnano il 20 per cento in meno dei colleghi italiani, loro guadagnano anche il 30 per cento in meno rispetto alle donne italiane. Dunque, essere donne, e straniere, in Italia (e magari in Calabria o in Basilicata) può essere davvero molto dura. Come spiega la ricerca:

“Bisogna considerare che il lavoro per gli stranieri è la condizione necessaria per il permesso di soggiorno. Questo legame indissolubile può portare all’accettazione di condizioni marginali, poco tutelate e, in alcuni casi, anche sottopagate.”

Dietro però questi dati emergono comunque le realtà di imprenditoria femminile e straniera che sta diventando un fenomeno sempre più importante, soprattutto al nord. Presto loro potranno emanciparsi e guadagnare come tutti gli altri. Anche se questo è un augurio che alcuni settori imprenditoriali (e magari anche politici) non si fanno.