Il claim della pubblicità lo indicava come “il grande ritorno del cinema dell’orrore”. Quel che è certo è che Sam Raimi (autore della trilogia di Spider-Man) ha fatto ritorno alle sue origini, si è seduto a tavolino con l’immancabile fratello/collaboratore Ivan e ha buttato giù una sceneggiatura degna di portare il suo cognome.

Forse alcuni potevano credere che dopo le avventure dell’arrampicamuri il buon vecchio Sam si fosse lasciato corrompere dallo “Star System”. Drag Me to Hell è la conferma che i nostalgici stavano aspettando per continuare a ricordarlo come il padre di film come La Casa (The Evil Dead, 1981) o il remake La Casa 2 (Evil Dead 2, 1987). E naturalmente per il cult “L’Armata delle Tenebre” (The Army of Darkness, 1992).

Il film narra le tragiche vicende della giovane Christine Brown, interpretata da Alison Lohman, già vista in sella a Flicka e nei panni della piccola farabutta de “Il Genio della Truffa”. Pur di riuscire nella carriera in banca, rifiuta di prorogare l’esproprio della casa alla megera Sylvia Ganosh (Lorna Raver), che le scaglia addosso una terribile maledizione: lo spirito della Lahmia la tormenterà per tre giorni prima di trascinarla nelle viscere dell’inferno! Nel cast anche il macchiettistico Justin Long nei panni del fidanzato di Christine, che ricordiamo soprattutto per aver fatto da spalla a Bruce Willis nel quarto episodio di “Die Hard”.

Drag Me to Hell sa lasciare senza fiato e per gli appassionati del genere può rivelarsi una piacevole scoperta, nonostante Raimi abbia già dato molto in pasto al loro immaginario. La pellicola è inquietante e a tratti diventa persino difficile sostenere alcune scene. Non manca la carica parodistica che abbonda in ogni suo film, abili stratagemmi per far abbassare ancor di più la guardia allo spettatore meno avveduto. I personaggi sono convincenti, per quanto sopra le righe. La loro stereotipizzazione favorisce il colpo di scena nel momento in cui si mostrano realmente per ciò che sono. Un mix di spavento e risate, urla isteriche e mani sugli occhi.

In ogni aspetto della pellicola è possibile riconoscere tutto lo stile visionario di Sam Raimi. L’intero apparato visivo è piegato alla volontà del regista che non si fa mancare proprio niente, attingendo a piene mani da tutto il suo repertorio. Ricordate la macchina da presa che insegue Bruce Campbell nei boschi di “Evil Dead”, o gli oggetti nella casa che prendono improvvisamente vita ridendo in faccia al povero malcapitato? E la fragorosa esplosione in “Darkman” (1990) che proietta un Liam Neeson urlante verso lo spettatore? O magari il foro di proiettile che appare nell’ombra di Gene Hackman in “Pronti a Morire” (The Quick and the Dead, 1995)? E in più si rinnova, come fece già in “The Gift” (2000), elaborando nuovi modi di raccontare la paura in una carriera cominciata nel 1978 con il corto autofinanziato Within the Woods.

Forse le super produzioni come Spider-Man l’hanno tenuto troppo lontano dalla sua natura, ma con qualche gesto di effervescente resistenza. Indimenticabile è la scena in cui un gruppo di affermati chirurghi si cimentano nell’amputazione dei tentacoli del Dottor Octopus: un autentico tributo a sé stesso.

Ma per quanto ci sia mancato, non ha perso lo smalto e di certo il coraggio di far finire un horror come dovrebbe finire.