Paolo Franchi torna dietro la macchina da presa per il suo terzo lungometraggio: {#E la Chiamano Estate}, ultimo in concorso della terzina italiana alla 7ª edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, prima sotto la gestione del direttore artistico Marco Müller, dove si è aggiudicata ben due premi. Oltre al riconoscimento per la miglior Regia, assegnato al regista di Bergamo, il film che prende il titolo dall’omonimo successo del 1965 di Bruno Martino è valso anche il premio come miglior Attrice alla protagonista Isabella Ferrari; tanti meriti, secondo la giuria internazionale, ma altrettanto scalpore: ad attirare l’attenzione della stampa non sono state le tematiche scottanti rappresentate, ma la reazione degli addetti ai lavori che hanno accolto la pellicola con reazioni estremamente negative.

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Per E la Chiamano Estate, Franchi ha scelto la coppia, cinematograficamente parlando, formata da {#Isabella Ferrari} e Jean-Marc Barr. Al loro fianco, come comprimari, il regista bergamasco ha voluto Filippo Nigro e {#Luca Argentero}, insieme al trittico femminile cmposto da Eva Riccobono e Anita Kravos, entrambe nel ruolo di prostitute, e Romina Carrisi.

Anna (Ferrari) e Dino (Barr) sono una coppia atipica, un matrimonio bianco fuori dagli schemi: nonostante siano molto innamorati l’uno dell’altra, non hanno mai avuto rapporti sessuali. Provato da un’infanzia difficile, abbandonato dalla madre in seguito al suicidio del fratello, Dino sfoga la sua mancanza di sesso con la moglie abbandonandosi non senza difficoltà alle braccia di prostitute e agli incontri in locali per scambisti; anche Anna subisce il tormento del marito, il quale si mette alla ricerca degli ex fidanzati di lei per spingerli a supplire alle sue mancanze sessuali.

“Una scopata non si nega a nessuno”. Una frase emblematica pronunciata dai protagonisti di E la Chiamano Estate che racchiude in sé l’essenza, se così si può dire, del film di Paolo Franchi. Pretestuoso e morboso a ogni costo, si spinge oltre ogni limite dell’esibizionismo – basti pensare all’inquadratura iniziale, un primo piano inguinale della Ferrari in versione nature – che, nonostante i presupposti potenzialmente interessanti, non riesce mai e in nessun modo a coinvolgere lo spettatore, limitandosi a sbattergli davanti agli occhi lembi di corpi nudi completamente decontestualizzati dalla situazione che tenta, poco e male, di proporre.

Nonostante l’intenzione d’immergersi nel malessere umano, l’esistenza cupa e tormentata di una coppia sui generis che affronta uno dei periodi più critici della propria crescita emotiva, l’unica situazione in cui si riesce ad affondare completamente è uno stato di totale catalessi sensoriale. Nulla possono i ripetuti, quanto superflui, nudi d’autore: tra i fuori fuoco, la scelta del bianco asettico di sfondo e la ricerca smodata della sperimentazione, ribadita più volte dallo stesso Franchi in conferenza stampa, l’ora e mezza abbondante di pellicola faticano ad andare avanti.

Il vuoto, quello vissuto dai due protagonisti, è lo stesso vissuto dagli spettatori: un film fine a se stesso che non vuole e non prova neanche a catturare l’attenzione; vero è che le opere d’arte non vivono in funzione del pubblico ma, se non riescono o peggio non tentano di ammaliarlo, restano un contenitore d’immagini pregno di arroganza e confusione.