E ora parliamo di Kevin”, film diretto da film del 2011 diretto da Lynne Ramsay e tratto dall’omonimo libro, approda oggi nelle sale italiane. La pellicola, interpretata da Tilda Swinton, John C. Reilly e Ezra Miller, narra le vicende di un figlio difficile, un adolescente conflittuale con la madre che in un desolato pomeriggio, armato di arco, decide di uccidere il padre, la sorella e i professori di scuola. Eva Khatchadourian, la madre del giovane, sarà quindi costretta a lasciare la propria vita affranta dai rimorsi e dal senso di colpa per l’educazione del figlio.

Per l’occasione dell’uscita del film, la psicologa Letizia Maduli ha risposto a un’interessante intervista, utilizzando proprio le immagini di “E ora parliamo di Kevin” per spiegare l’adolescenza difficile.

Galleria di immagini: E ora parliamo di Kevin

l film racconta la storia di un adolescente che compie una strage. Un gesto così drammatico è sempre il sintomo di un disagio fuori dal comune o può essere l’estrema manifestazione di un disagio caratteristico e tipico di una certa fase dello sviluppo?

«L’adolescenza va riconosciuta nella sua complessità e nelle sue grandi potenzialità di sviluppo. Il disadattamento non è riconducibile all’adolescenza in sé, in quanto i sistemi evolutivi si esplicano in modo significativo nell’interazione tra processi biologici, psicologici e ambientali. I sistemi psicofisiologici di crescita sono direttamente correlati alle variazioni che caratterizzano lo sviluppo dell’organismo nel corso del tempo che riguardano: i processi fisiologici di base, i processi cognitivi, i processi affettivo-emozionali, e le peculiarità del contesto quotidiano di vita ossia l’ambiente familiare ed extra-familiare, i contesti educativi (scuola, attività sportive, ecc.), le interazioni sociali allargate, le aspettative sociali e culturali, le istituzioni della comunità. Nel momento in cui la valutazione dei fenomeni osservati prende in considerazione come sistema di riferimento il sistema bambino/adolescente-ambiente è possibile rilevare come le sue manifestazioni anche se patologiche e disorganizzate (relativamente alle aspettative sociali) sono coerenti con i processi di organizzazione del sistema “bambino/adolescente-ambiente”. È importante rilevare che il minore è parte attiva ed integrante del suo contesto educativo. L’obiettivo della valutazione è individuare ciò che nei processi di organizzazione dell’intero sistema familiare può essere in relazione con una emergente e potenziale patologia che può manifestarsi in qualsiasi momento del ciclo vitale della famiglia e del minore (infanzia, pubertà, adolescenza, tarda adolescenza). La presenza di variazioni tra modalità ottimali e non ottimali di funzionamento del sistema bambino/adolescente-ambiente non rappresenta un fattore di rischio in assoluto, è solo quando queste variazioni sono eccessivamente ampie, rigide e frequenti che vengono a determinare una situazione fonte di stimolazioni distorte e incoerenti. Tali condizioni generano un aumento dello stato tensivo, ossia un aumento dei livelli di attivazione psicofisiologica dell’organismo, rispetto ai quali il bambino/adolescente tende a mettere in atto dei tentativi autonomi di soluzione, che spesso si risolvono in manifestazioni sintomatologiche. Nel film è rilevabile come sin dall’infanzia il protagonista manifestasse dei sintomi ben chiari che si sono evoluti con la sua crescita quali: il pianto difficile da placare, il rifiuto alla comunicazione e alla relazione, il non trattenere le feci come manifestazione di un comportamento tensivo-oppositivo, avere degli atteggiamenti provocatori, l’ostentare una certa indifferenza affettiva. Si evidenzia una difficoltà significativa dei genitori a fronteggiare il problema, la madre si rende conto della criticità della situazione ma non è in grado di agire in modo funzionale, anche perché si trova sola, il padre, infatti, sembra non riconoscere il fatto che il figlio effettivamente agisca in modo disfunzionale oppure tende a minimizzare il problema sperando probabilmente che con la crescita tutto si risolva. Il padre tenta di produrre un cambiamento con il trasferimento in un’altra città considerata un ambiente più consono per far crescere e seguire il figlio. Ma tale soluzione produce un miglioramento globale della situazione o amplifica lo stato di insofferenza e sofferenza della madre che tenta di adattarsi? E tutto questo alla fine influirà sulla vita di coppia? Nell’infanzia e nell’adolescenza il manifestarsi di un problema porta i genitori a mettere in atto dei tentativi di soluzione autonoma, che non sempre risultano efficaci ovvero in grado di risolvere il problema. Il rischio maggiore al quale una famiglia può andare incontro è che un problema possa trasformarsi in un profondo disagio e successivamente in una forma psicopatologica grave.»

I genitori di Kevin sembrano non prendere le misure necessarie per aiutare e curare  il figlio anche di fronte a comportamenti senza dubbio preoccupanti ed anomali. Quanto è difficile per un genitore ammettere che il proprio figlio ha dei problemi psicologici e quanto è importante far valutare la situazione da un esperto esterno alla {#famiglia}?

«Nel contesto familiare la ricerca di una soluzione immediata ad un disagio mostrato dal figlio, porta il genitore a fare quello che sembra essere più opportuno, in base alla percezione del problema e della realtà, ma tale soluzione non necessariamente è adatta e funzionale per il figlio e per il funzionamento del sistema familiare. La tendenza principale e naturale è quella di agire in modo autonomo e nella maggior parte dei casi ciò è efficace. Un genitore che desidera la salute del proprio figlio agisce in funzione di un giusto principio: il benessere del figlio.Il problema si crea quando si persevera in azioni che risultano invece inefficaci, ossia non permettono di perseguire l’obiettivo per cui vengono mese in atto: la soluzione del problema ed il ripristino di una condizione di benessere. Nel film si possono osservare alcuni tentativi che la madre mette in atto, fin da quando il figlio è piccolo, per instaurare con lui una relazione, un dialogo. Tentativi che non risultano efficaci, ma che producono l’effetto contrario, un allontanamento progressivo del figlio. Questi processi che sono alla base del mantenimento e dell’aggravamento di una disfunzione vengono definiti in psicologia emotocognitiva loop disfunzionale. Si tratta di un processo che si realizza nella messa in atto di azioni finalizzate al contrasto dei disagi e dei sintomi manifestati.

Il rischio principale di questo processo ridondante è quello di non rendersi conto dell’inefficacia di tali tentativi. La sensazione da parte del contesto di essere nel “giusto” impedisce alla famiglia di valutare i processi disfunzionali che sono alla base del persistere del problema. Di fronte ad un problema, però, è di fondamentale importanza verificare se il tipo di comunicazione e di comportamento messo in atto abbiano funzionato e quando questo non accade è basilare ammettere che forse il metodo adottato non funziona nonostante le buone intenzioni. Rivolgersi ad uno esperto è fondamentale per evitare che un problema assuma una criticità tale da compromettere in modo significativo, e a volte con dei risvolti drammatici, i processi di crescita ed il normale svolgimento della vita quotidiana. Nell’infanzia e nell’adolescenza, in psicologia emotocognitiva, è previsto un trattamento psicologico di tipo indiretto che prevede solo la presenza dei genitori (uno o entrambi secondo le situazioni) che rappresentano la risorsa principale per attuare un cambiamento e per ripristinare una situazione di benessere sia del minore che di tutto il sistema familiare. È un intervento psicoeducativo che prevede una parte informativa sulla funzione dei comportamenti manifestati e sui processi bio-psico-ambientali relativi a tale manifestazione e alla perseveranza del problema. Vengono quindi individuate, in funzione al caso specifico, delle modalità di comunicazione e di comportamento efficaci a risolvere la situazione problematica e lo stato di tensione associato che è alla base della sofferenza generale e che rappresenta un fattore importante di rischio patogenetico. I trattamenti psicologici indiretti rispondono, quindi, ad un’esigenza fondamentale che i familiari di un minore che evidenzia delle problematiche hanno, quello di fornire strategie di comunicazione e di comportamento per poter rispondere in modo adeguato quando la situazione sfugge dal controllo e dalle proprie capacità di intervento.»

Kevin nel film sembra rapportarsi esclusivamente alla famiglia, o comunque sembra che la sua vita emotiva e psichica ruoti principalmente attorno al nucleo familiare. È un fenomeno normale in un adolescente? Quanto è importante per un sano sviluppo in fase di crescita il confronto con i propri coetanei?

«I coetanei svolgono una funzione importante nello sviluppo psicofisiologico dell’adolescente. I cambiamenti che si sono verificati nel contesto socio-culturale quali ad esempio il prolungamento dei percorsi scolastici e di formazione, la possibilità di usufruire di nuovi strumenti e sistemi di comunicazione, l’ingresso sempre più dilazionato nella società adulta hanno aumentato la valenza e l’influenza del gruppo dei pari. In questo periodo l’interazione con i coetanei sia del proprio sesso che del sesso opposto sono sempre più simili ai rapporti che si instaureranno nell’età adulta, nelle relazioni sociali, di coppia, nell’ambito lavorativo. Rispetto all’infanzia nella fase adolescenziale c’è una maggiore dipendenza dai coetanei, anche perché le rapide modificazioni fisiologiche, psicologiche, cognitive, sociali non coinvolgono solo l’adolescenza ma tutto il sistema familiare. Il rapporto che i genitori hanno con i figli viene ridefinito in funzione del fatto che i figli ormai non dipendono più strettamente da loro ed hanno progetti personali. Anche i genitori devono affrontare un processo di cambiamento, che non solo richiede di modificare il proprio investimento sul figlio per poter vivere positivamente il suo sviluppo fisico, emotivo, psicologico, e la sua progressiva autonomia, ma, che richiede anche di fare nuovi investimenti su se stessi e sul proprio futuro, esattamente come deve fare un adolescente per la costruzione del proprio ruolo adulto. Il genitore deve pensare ad un proprio futuro dove non è più presente un figlio bisognoso di cure, così come l’adolescente deve pensare ad un futuro in cui muoversi autonomamente. In questo processo, quindi, il gruppo dei coetanei assume una importanza sempre più rilevante e questo influisce sulla tendenza a conformarsi in misura sempre maggiore ai valori, alle abitudini e alle mode definiti dalla cultura dei coetanei. Occorre comunque non sopravvalutare la rilevanza del riconoscimento nel gruppo dei coetanei e non sottovalutare il ruolo del contesto familiare. Né l’influenza dei genitori, né quella dei coetanei sono rigide ed assolute, in quanto non investono tutti i pensieri e modi di agire dell’adolescente che è sempre parte attiva ed integrante del suo campo di esperienza. L’influenza degli uni o degli altri dipende in modo significativo dal valore che l’adolescente attribuisce loro in specifiche situazioni e alla percezione di essere direttamente agente della propria esperienza.»

Oggi, per una serie di spinte di carattere diverso, il confine tra adolescenza ed età matura ha forse un andamento più complesso rispetto al passato. Per certi versi si matura precocemente, ma d’altra parte alcuni aspetti dell’adolescenza sembrano essersi prolungati ben oltre gli anni dello sviluppo. È corretta un’analisi di questo tipo? Che conseguenze si riscontrano nell’ambito della psicologia dell’adolescenza?

«L’adolescenza è un fenomeno culturalmente determinato.,esiste, infatti, principalmente nelle società avanzate, dove alla maturità sessuale e cognitiva non fa subito seguito l’ingresso nella vita adulta, sul piano lavorativo, familiare e sociale, come avveniva nelle generazioni precedenti. Il contesto socioculturale, in cui il processo di crescita ha luogo, ha un ruolo rilevante, tanto che l’adolescenza può essere prolungata o complicata da pressioni familiari o sociali, infatti se è possibile determinare l’inizio dell’adolescenza con lo sviluppo puberale, non è possibile, invece determinarne la fine. Nel contesto sociale attuale uno status ed un vissuto da adolescente possono permanere anche fino ed oltre la soglia dei trenta anni. Con il termine “adolescenza lunga” si intende, quindi, la tendenza dei giovani, spesso indipendente dalla loro volontà, a rimanere in famiglia fino all’età adulta, raggiungendo una indipendenza economica e psicologica sempre più tardi. È un processo di adattamento al contesto sociale rispetto alle attuali condizioni sociali, politiche, economiche e lavorative che influiscono in modo determinante sulla progettualità a breve e lungo termine.

Questo fenomeno dilata e amplifica i processi psicofisiologici di crescita. Il fatto che i comportamenti disfunzionali messi in atto dagli adolescenti tendono ad aumentare e a dilatarsi nel tempo può essere collegato al prolungamento dell’adolescenza e alla difficoltà della transizione all’età adulta. L’adolescente può sperimentare una perdita di controllo rispetto alle proprie aspettative e ricevere un feedback negativo rispetto ai propri pensieri ed azioni, ossia, non avere la percezione di essere direttamente artefice della propria esperienza, ma vedersi suo malgrado costretto a vivere una condizione che genere in lui una sensazione sgradevole e dalla quale non vede una via d’uscita a breve. Questo processo produce un aumento dello stato tensivo psicofisiologico che può essere risolto o con una inibizione dell’azione e con una conseguente limitata progettualità o con altri tipi di comportamenti problematici. La difficoltà a concludere una fase fondamentale del proprio ciclo vitale, di assolvere ai compiti evolutivi che vengono richiesti dal contesto sociale per il conseguimento di un ruolo autonomo ed individuale è data anche dalle incongruenze del sistema sociale, culturale ed educativo, dove la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari e le richieste sociali sembrano procedere su strade differenti.

Si richiede all’adolescente un comportamento da adulto, ma in realtà gli viene quasi negata la possibilità di assumere un ruolo adulto, questo determina e può essere determinato, a sua volta, dalla mancanza di un preciso progetto a lungo termine di realizzazione di sé, in assenza di risorse sociali per realizzarlo e in assenza della percezione delle proprie competenze ed abilità. Attualmente è possibile riscontrare anche una certa difficoltà da parte dei genitori nel favorire l’uscita dei figli da casa, anzi è presente a volte una esagerata forma di protezione contro un mondo esterno percepito come incerto, instabile e privo di garanzie.»

Per tutte le informazioni su “E ora parliamo di Kevin”, si consiglia la Pagina Facebook Ufficiale.