Non bastavano gli oppositori politici a creare fastidi a Barack Obama. Oggi, la leadership del primo presidente di colore nella storia degli Stati Uniti viene messa in dubbio anche da registi e attori del calibro di Clint Eastwood e Morgan Freeman. L’occasione per giudicare l’operato di Obama è offerta dalla presentazione di “Invictus”, l’ultimo film di Eastwood ambientato nel Sudafrica di Mandela (Morgan Freeman) e di François Pienaar (Matt Damon), rispettivamente l’allora presidente del Sudafrica e l’allora capitano degli Springboks, la nazionale di rugby sudafricana vincitrice dei mondiali del 1995.

Nel corso di una intervista concessa al settimanale tedesco Stern, il cinque volte premio Oscar ha affermato:

Riuscire a vincere una elezione significa anche riuscire a governare un paese? Finora Obama ha dimostrato poca forza di leadership. Provo enorme simpatia per lui, ma dovrà prendere molte decisioni difficili. Spero che veda il mio film e ne comprenda il messaggio. È fondamentale impiegare collaboratori capaci, proprio come fece Mandela.

Un po’ più argomentato è stato invece il commento di Morgan Freeman su un possibile nesso fra Obama e Mandela, esposto durante la presentazione di Invictus a Roma lo scorso 4 febbraio:

Obama e Mandela? Non ci sono similitudini tranne il fatto che sono entrambi neri. Obama, va detto, ha la metà degli anni di Mandela e non ha fatto anche tanta prigione ed esperienza di vita. E poi Mandela era come un monolite all’interno di un partito monolitico: ogni sua decisione era presa con tale fermezza che era difficile resistergli e non esistevano altre figure con un carisma tale e un potere sufficiente per opporsi. Barack Obama, invece, ha delle pareti enormi davanti a sé, caratterizzate da un’opposizione abilissima a creare barriere di fronte al cambiamento. Attualmente gli Stati Uniti spendono milioni e milioni di dollari per la guerra alla droga e nessuno dice niente, mentre si mettono dei paletti alla riforma sanitaria sostenendo che sia una spesa che il paese non può permettersi: onestamente, credo sia una vera assurdità.

I media hanno dato maggiore risalto al commento di Eastwood, che oggi si definisce un libertario, ma fino all’altro ieri era un fervido repubblicano che ha appoggiato le candidature di Eisenhover, Nixon (fino allo scandalo Watergate) e McCain.

Chi conosce Eastwood sa che il suo cinema, come le sue affermazioni, non sono mai concilianti, così come non sono mai concilianti le scelte politiche di un presidente, a maggior ragione se il paese da governare è vasto quanto gli Stati Uniti. Insomma, è difficile accontentare tutti sia quando si fa un film sia quando si governa.

Clint Eastwood lo sa bene, nel biennio (1986-1988) fu sindaco di Carmel by the Sea, piccola cittadina della penisola di Monterey (California) dove risiede. Fonti autorevoli dell’epoca sostenevano che quell’esperienza avrebbe preparato la sua ascesa politica verso la Casa Bianca, ma è lo stesso Eastwood oggi a smentire quelle voci:

Non invidio nessuno che fa questo lavoro. Quando ero sindaco di Carmel mi chiedevano: entrerà in politica? Mai in vita! Io rimango qui nel mio comune con i suoi quattromila abitanti.

Come biasimarlo? Per alcuni suoi film (“Gran Torino”) o ruoli (l’ispettore Callaghan), Eastwood è stato più volte accusato di essere “reazionario”, “fascista”, “progressista”, “razzista”, “neonazista” e “destrorso”. Il paradosso è che queste etichette denigratorie piovono tanto dai radical chic di sinistra quanto dalla destra più conservatrice. Fu proprio Ted Baher, un cristiano integralista della destra americana, a definire Million Dollar Baby (4 Oscar e 2 Golden Globe) “una pellicola da neonazisti”, per l’eutanasia mostrata nel film nei confronti della protagonista (interpretata dall’attrice Hilary Swank). Era il 2005. L’ennesima stoccata al regista arrivò dal collega Spike Lee, il quale approfittò della vetrina offerta dal Festival di Cannes 2008 per accusare Eastwood di non aver inserito nemmeno un soldato afroamericano nel tanto apprezzato dittico “Flags of Our Fathers” e “Letters from Iwo Jima”.