PD, PDL e Beppe Grillo tutti al rush finale nelle elezioni, ma il rush finale non c’è. Non è come nel 2006, quella lunga notte in cui ci si chiedeva quale sarebbe stato il voto degli italiani all’estero. C’è un «niente di fatto», per utilizzare un’espressione da quiz televisivo cara a Mike Bongiorno. Solo che in un quiz non è tanto grave, se accade alle elezioni questo porta all’ingovernabilità.

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Si parta dai risultati delle elezioni che parlano chiaro: Il M5S di Beppe Grillo è il primo partito in Italia con solo lo 0,1% in più del PD. E mentre alla Camera si aggiudica il grosso dei seggi la coalizione guidata da quest’ultimo e da Pierluigi Bersani, al Senato è il PDL di Silvio Berlusconi a fare incetta di seggi, ma non troppo. «Sono tutti lì in un fazzoletto» viene da dire, un’altra espressione da quiz show, ci si interroga su quali saranno gli equilibri, i rapporti di forza, le nuove eventuali alleanze. E soprattutto: si tornerà a un governo tecnico? Si voterà a breve, forse tra meno di un anno?

Intanto, la Borsa, che nelle ultime ore del voto aveva registrato un incremento significativo a tutti i livelli, torna sui suoi passi e sale lo spread, insieme alla preoccupazione. Il Porcellum è riuscito a creare una maggioranza talmente instabile da non avere precedenti in Italia, sebbene il sistema politico italiano, a ben guardare, dal Ventennio in poi ha sempre basato la sua regola sull’instabilità. Questo perché le leggi italiane del post dittatura vogliono evitare ogni creazione di un potere forte.

In molti negli ultimi tempi hanno notato un parallelismo tra la situazione italiana attuale e quella del pre-Benito Mussolini. All’epoca, il dittatore italiano beneficiò di una nuova legge elettorale per la definitiva legittimazione che attribuiva un premio di maggioranza al partito che prendeva il 25% di preferenze: quello si sarebbe aggiudicato l’80% dei seggi in Parlamento. E anche ora si parla di legge elettorale, anche se appare quasi come un’utopia che un partito organizzato voglia orientarsi a cambiare una legge che premia chi fa carriera all’interno del partito stesso.

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Intanto, in Europa la preoccupazione nei confronti dell’Italia cresce. E anche negli USA le principali testate, anche e soprattutto quelle finanziarie, si occupano dell’impasse italiana. L’ultima sorpresa è che l’astensionismo non ha vinto: l’affluenza perde solo il 5% dei votanti, anche se si immaginava sarebbe andata molto peggio, forse il voto regionale nelle popolose Lazio e Lombardia avrà avuto un certo peso. E tutti festeggiano: chi per aver avuto un exploit, chi per il risultato alla Camera, chi per il Senato. C’è un grande perdente però: la politica, quella vera, quella fatta di mondi migliori, quella fatta di dialogo e non di compromesso. E con queste maggioranze risicate c’è da chiedersi quali saranno le dimensioni concrete di uno stallo potenzialmente infinito. E se il dialogo diventerà una realtà.

Fonte: Repubblica.