C’è un comune, latente denominatore in queste elezioni 2013: le donne. Non protagoniste assolute, certo (poteva mai essere altrimenti in un Paese ancora fondamentalmente maschilista e misogino?), eppure se ne sente parlare, e per diversi motivi.

C’è la questione Femen: le abbiamo incontrate da poco al Festival di Berlino; ora in tre si sono presentate a petto nudo davanti al seggio di via Scrosati a Milano, con una scritta breve ma lapidaria: “basta Silvio”. Non è necessario approfondire il come e il perchè queste agguerrite fanciulle si siano materializzate proprio lì e in quel momento. Mi permetto solo di avanzare una considerazione in merito: intenzioni condivisibili forse, vista la dubbia figura della donna delineata spesso dalle azioni del nostro più famoso ex Presidente del Consiglio; ma risultato a parer mio opposto. Il polverone impudico sollevato intorno al personaggio non ha fatto altro che far parlare dello stesso, quando in realtà nemmeno si sarebbe dovuto fare.

Poi c’è la questione numero: sono molte le province in cui è stata rilevata una maggiore presenza delle donne alle urne, rispetto agli uomini. Almeno per il momento. Ma se il dato venisse confermato, sarebbe indice di un maggiore senso civico da parte della popolazione femminile o si tratta semplicemente di questioni demografiche? Sarebbe bello pensare che le donne si stiano piano piano risvegliando da un torpore durato a lungo, per ribadire diritti fondamentali e per ribellarsi a certe ormai tediose etichette.

Ma qui arriviamo al terzo punto, il più importante: quello delle donne candidate. Naturalmente fra i leader maggiormente nominati, di gonnelle non se ne vedono proprio. La misoginia italica non è ancora pronta per questo spaventoso passo. Eppur qualcosa sembra muoversi.

Le donne candidate a queste elezioni hanno talvolta nomi sconosciuti, ma storie interessanti: Mara Mucci e Giulia Sarti ad esempio sono due giovanissime, una trentenne licenziata perché incinta e quindi decisa a rivendicare più diritti per le donne, e una 26enne laureata con un’importante esperienza antimafia alle spalle.

E poi ci sono le sportive: donne che hanno vinto battaglie dure ed entusiasmanti nella vita e nel lavoro, con una scorza dura e una grande voglia di perseverare. Sportive come l’ex canoista Josefa Idem o come la pluri-medagliata Valentina Vezzali. Infine rimangono i soliti nomi, come la Carfagna o la Santanchè.

Insomma, forse qualche speranza c’è: in fondo, come sostiene qualcuno, mettere un Paese in mano a una donna potrebbe essere la soluzione a tutti i mali, perché nessuno meglio di noi sa portare avanti una baracca con tanto impegno, una spesa minima e gli stessi diritti e gli stessi doveri per tutti. Esattamente come in una casa, esattamente come in una famiglia. Lasciatemi sognare. Anche perché se tutto questo fosse realtà domani, potrei risvegliarmi forse troppo bruscamente: le donne sanno essere anche dure, ciniche, invidiose e cattive. E se c’è di mezzo il potere, non metterei la mano sul fuoco per nessuna. Però almeno ci sarebbero curve di ben altre forme a riempire quelle stesse sedie. Curve nuove. E magari dotate anche di cervello.