Una grande “Cassandra“. Elisabetta Pozzi è diventata per una sera l’eroina tragica che ha ispirato tante opere teatrali, sia della Grecia classica sia della modernità. Donna destinata ad avere il dono della preveggenza ma a non essere creduta, per aver rifiutato l’amore del dio Apollo, Cassandra si muove tra diversi miti, antichi e contemporanei. La Pozzi, che ha recitato in numerosi film, tra cui “Non ci resta che piangere” e “Cuore Sacro“, conserva la sua passione e il suo mestiere, che è il teatro, portando sulla scena la figlia di Priamo all’interno della rassegna “Chiari di Luna”.

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E alla fine, chi è Cassandra? Cassandra incarna la verità, nello spettacolo della Pozzi, che con maestria declama un lungo monologo anch’esso trasversale, ma tra differenti autori, come Seneca, Eschilo, Euripide, Jean Baudrillaud e Massimo Fini, quest’ultimo coautore della pièce. La verità diventa unione di uomo e donna, con la Pozzi che cambia voce repentinamente, tra canti e movimenti di danza, trasmigrando da Cassandra a Agamennone, per tornare a essere Cassandra, in un turbinio che sfocia nell’era tecnologica in cui tutto può accadere, dalle medicine per curare qualunque male ai voli nello spazio.

Chiunque tra noi può vedere la verità, purché abbia occhi e mente lucida, ma ciascuno nega ciò che la mente vede e si trasforma in una Cassandra condannata a non essere creduta neanche da se stesso. La Pozzi ha raccontato in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno:

“La mia è una Cassandra che si trova in un tempo sospeso, tra passato, presente e futuro, che continua a vedere quello che sta accadendo, non tanto per un dono come accade nel mito troiano, ma perché conosce le condizioni del proprio presente e sa quale passato l’ha portata a esso, così arriva a vedere un futuro molto prossimo, ma come nel mito è destinata a non essere creduta. Cassandra vola molto in alto e continua a soffrire perché non le danno ascolto, ma in fondo tutti potrebbero vedere quello che vede lei, ma si rifiutano di farlo.”

Alla fine, la pièce scorre talmente piacevole, che termina con un fulmine a ciel sereno, lasciando l’amaro in bocca, tanto è gradevole recitazione della Pozzi e il contenuto del suo monologo. E l’opera sembra quasi più breve dell’interminabile scroscio di applausi che segue, a testimoniare che i miti sono vivi e servono ancora oggi a raccontare la parabola di una modernità perduta, smarrita nei valori che non recupererà più.