Utilizzata nella pratica medica soprattutto negli anni Settanta l’episiotomia, l’operazione chirurgica che faciliterebbe il parto e che consiste nell’incisione chirurgica del perineo, è da molti considerata una tecnica obsoleta da sfruttare solo in casi eccezionali.

La particolare operazione, praticata negli Stati Uniti a Kimberly Turbin contro la sua volontà, ha innescato una causa legale che la donna ha vinto tanto che il medico californiano sotto accusa non potrà più esercitare la professione.

Dawn Thompson, presidente dell’associazione “Improving Birth”, ha assistito la donna durante tutto il processo ed è soddisfatto della vittoria riscossa per un caso tanto delicato che riguarda qualcosa di cui spesso le partorienti non sono a conoscenza. L’episiotomia consiste praticamente nell’incisione dei genitali esterni per allargare il canale del parto nella fase espulsiva, quindi permetterebbe di effettuare una sola lacerazione chirurgica anziché quelle che potrebbero venire. In passato veniva applicata di routine, ma negli anni Ottanta numerosi studi hanno accertato che l’uso abitudinario non comporta benefici.

Il medico ha il dovere di stabilire quando l’operazione è necessaria, cioè di fronte a parti con bambini particolarmente grossi, quando le donne sono al primo parto, e nei parti operativi, per esempio quelli in cui si utilizza la ventosa. In questi casi si eviteranno lacerazioni di terzo o quarto grado di vagina e sfintere, con conseguenze che però non sono per niente piacevoli: i dolori nel post partum infatti sono molto forti, tanto che le neo mamme spesso passano settimane prima di poter camminare e sedersi normalmente, oltre a presentarsi numerose difficoltà nei rapporti sessuali successivi al parto.

In Italia è possibile chiedere al medico di non attuare l’operazione, così come aveva richiesto la donna americana, perché in ogni caso si cercano comunque alternative per mantenere integro il perineo nella preparazione al parto come il massaggio perineale.