L’ultimo caso risale a pochi giorni fa, il 2 settembre. Di mezzo c’era anche la guerra per l’affidamento dei figli, e proprio davanti ai tre figli avuti con lei l’ha uccisa. Così è morta una 30enne milanese. Ma la sua storia è la fotocopia triste di quella di tante altre donne.

Colpi di pistola, coltellate, pugni: cambia l’arma ma il copione è sempre lo stesso: quello dell’uomo che ammazza la donna in risposta al rifiuto di lei. L’ex fidanzato che non vuole rassegnarsi alla fine della relazione, il marito che non accetta il divorzio, lo spasimante rifiutato: è lungo e ripetitivo l’identikit dell’assassino, ma mai quanto lunga è la lista delle donne morte per mano di chi sosteneva pure di amarle.

E nemmeno è una questione geografica: da Bolzano a Pantelleria, la storia non cambia. Non a caso un episodio analogo a quello di Milano è avvenuto a Trapani il 23 agosto. Sono così tanti i “femminicidi” (come qualcuno, con espressione efficace, li ha definiti) che hanno affollato le cronache della calda estate appena trascorsa, che tenere il conto è quasi impossibile.

Delitti cosiddetti passionali, commessi da uomini che all’improvviso perdono il controllo, come impazziti. Qualche volta, poi, si suicidano. Ma è giusto considerare quanto sta avvenendo come i classici delitti d’impeto, frutto di un raptus del momento? In certi casi, tra l’altro, una sorta di premeditazione, quale l’appostamento sotto casa o il pedinamento, pare esserci eccome.

Il punto è capire la ragione profonda. Fino a quando omicidi di donne avvengono in zone del globo dove queste ultime sono palesemente prive di diritti, merce di proprietà del marito, come nel recente caso di Sakineh, per ora sopravvissuta a una condanna alla lapidazione solo grazie alla mobilitazione mondiale, se ne conosce il perché, pur combattendolo.

Ma se l’omicidio è commesso da cittadini italiani, gente che ha studiato in un paese in cui le donne votano, lavorano, escono vestite come vogliono, il discorso cambia. È inutile ignorarlo, il substrato culturale di ciascuno di noi pesa sulle nostre azioni, le direziona. Se in Italia ci sono così tanti omicidi di donne, da parte di italiani, abbiamo un problema.

Perché questo accade? Forse, come da più parti si sostiene, gli uomini si sentono spaesati e privi di un ruolo sociale in questo mondo in cui le donne si sono emancipate?

È in atto una specie di rivolta dei maschi contro quello che non dovrebbe più essere (ma a volte torna a esserlo) sesso debole, come sostiene il crimonologo Ruben De Luca nel libro “Donne Assassinate”?

E soprattutto, questi delitti hanno davvero a che fare con l’amore? O, per dirla più esplicitamente: chi davvero ama non dovrebbe volere in ogni caso, pur provando il dolore atroce dell’abbandono, desiderare la felicità dell’altro?