Il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha reso nota la volontà di dare vita ad un piano per gli asili nido in tutte le amministrazioni pubbliche.

L’obiettivo sarebbe, appunto, quello di creare asili nido in tutti gli uffici pubblici, dando così una mano alle donne che lavorano nell’amministrazione statale. Chiaramente, fino a quando i dettagli non verranno resi noti, è difficile valutarne benefici e pecche.

Quello che è certo è che oggi la maggior parte delle donne si trovano a dover scegliere tra lavoro e famiglia, tra un avanzamento di carriera e una gravidanza.

Molte sono le esponenti del gentil sesso che si sono viste, durante un colloquio di lavoro, chiedere se fossero sposate, se desiderassero avere figli e, in caso di risposta affermativa, magari sono state scavalcate nell’assunzione da un uomo, o da una collega non sposata.

Alcune possono contare sul valido aiuto delle nonne e dei nonni, spesso ben contenti di passare le mattinate con i nipotini, o di accompagnarli e riprenderli da scuola, e tenerli d’occhio nel pomeriggio, tra compiti a casa e giochi.

Non tutte le donne, però, hanno questa fortuna. E in questo caso il nido sul luogo di lavoro potrebbe essere un aiuto.

La proposta del ministro, però, riguarda solo il settore pubblico e non prevede invece nessun tipo di intervento per le donne che lavorano in aziende e imprese private o per quelle che svolgono la libera professione.

Come gestire bene entrambe le cose? Come organizzarsi per affrontare una problematica di questo tipo? E, soprattutto, perché una donna è costretta tra questi due inamovibili paletti?

Certo, oggi è possibile, accanto alla maternità della donna, che anche l’uomo vada in paternità, e che usufruisca di permessi lavorativi e di congedi in sostituzione della madre nei due mesi precedenti al parto e in quelli immediatamente successivi: ma dopo, quando il bambino ha uno, due, tre anni?

I dati delle ultime ricerche non sono affatto confortanti: secondo il Rapporto Italia 2009 dell’Eurispes, infatti, le donne difficilmente giungono ai posti di comando e hanno retribuzioni più basse dei colleghi uomini.

Tutto questo anche perché molte di loro abbandonano la carriera per farsi una famiglia. E la scelta di lasciare il lavoro, hanno dichiarato le donne intervistate, è determinata proprio dalla mancanza di un adeguato supporto del sistema del welfare accompagnata dagli elevati costi di nidi e baby sitter.