Meno divorzi (costano tanto), più separazioni, meno matrimoni e più riti civili. La coppia è cambiata, la famiglia cambia di conseguenza: giovani con poche prospettive economiche, coppie che si separano e si ricongiungono, famiglie allargate, monoparentali.

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L’annuario dell’Istat è una fotografia realistica di una società che non ha più nulla a che vedere con la simbologia tradizionalista dell’angelo del focolare e della famiglia numerosa e felice.

Certo, i cambiamenti sono lenti, e il matrimonio religioso resta il rito più utilizzato per stabilire una coppia, ma nel nord del paese c’è stato uno storico sorpasso: 51,7% civile contro 48,3%. Impossibile non pensare all’influenza che i divorzi hanno su questa dinamiche (dato che i divorziati non possono risposarsi in chiesa), ma anche al cambio di mentalità, per cui il matrimonio è già di per sé sempre più una facoltà opzionale, per cui i 208.702 matrimoni – novemila in meno rispetto al 2011 – sono il nuovo numero da inserire in un grafico discendente.

L’Istat svela anche tutti gli altri dati di cui spesso si è parlato qui su DireDonna: gli affidamenti congiunti, sempre più numerosi grazie alla legge del 2006; il numero di minori coinvolti; l’età sempre più alta del primo figlio per le donne.

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Il matrimonio non è più un sacramento? Pare di sì, almeno stando alle parole di molti commentatori e sociologi interpellati in queste ore dopo la pubblicazione dell’annuario statistico. In realtà, la trasformazione era in atto già almeno dagli anni Settanta – con di mezzo alcuni momenti storici di riflusso – ma certamente la combinazione di crisi economica, i rapporti multiculturali e multietnici, i secondi matrimoni, hanno accellerato tutto.

Resta però più forte il fattore culturale, antropologico: il matrimonio è un elemento di transizione della nostra vita che ha perso la sua centralità nel caleidoscopio delle nostre vite.

Fonte: Istat