Per le famiglie c’è un’ultima risorsa disperata quando i soldi finiscono ma le spese no: mettere un’ipoteca sulla casa. È quello che sta accadendo, lentamente ma inesorabilmente, anche in Italia, secondo uno schema pericoloso che assomiglia alla crisi dei subprime americani tre anni fa.

I dati di due portali che si occupano di mutui online sono al centro di molti articoli sui giornali di questi giorni, accompagnati da commenti allarmati. E si può ben capire. Il rapporto tra le famiglie italiane e la casa di proprietà, com’è noto, è sempre stato molto forte, perciò quando si registra un aumento delle ipoteche – di fatto si lascia parte del valore dell’immobile alla banca come controvalore per un ottenere un prestito – significa che la crisi sta mordendo i fondamentali.

Un aumento nel giro di pochi mesi dal 3% al 4,1% è già molto, se si considera la particolare forma di mutuo di cui stiamo parlando. Funziona così: la famiglia chiede un mutuo alla banca per ottenere un prestito alto (generalmente un quarto o la metà di un casa, quindi sempre sopra i 50 mila euro; la richiesta media per questo tipo di finanziamento è di 116.000 euro) senza dover dare spiegazioni particolari.

Questo denaro contante non serve a ristrutturazioni o investimenti imprenditoriali, bensì a far studiare i figli, a tirare avanti perché magari uno dei due componenti del nucleo ha perso il lavoro. Insomma, a vivere.

Una situazione drammatica perché potrebbe innescarsi una spirale molto pericolosa: le rate del mutuo, con tassi generalmente variabili, sono più alte e ci vogliono più garanzie. In caso non si possa rispondere, in qualsiasi momento, a queste caratteristiche, si potrebbe finire sulla strada, come accaduto negli Stati Uniti dell’epoca dei mutui facili.

A dimostrazione di quanto sia larga la crisi, l’aumento dei mutui di liquidità è diffuso in tutto il territorio, senza particolari differenze territoriali. Cambiano gli importi: le regioni con gli importi più alti sono Toscana e Lazio, quelle con richieste minori (ma comportamenti uguali) sono Calabria e Molise.

Fonte: Corriere della Sera