Sin dalle origini della vita l’impulso alla procreazione risponde al desiderio istintivo di una propria proiezione verso il futuro attraverso un figlio.

Il desiderio di avere un figlio nasce quindi dall’impulso istintivo alla sopravvivenza, oltre che soprattutto dalla necessità sentita nel profondo di dar vita ad un essere da amare, crescere e guidare attraverso un percorso di vita pur irto di difficoltà, ma anche ricco di interessi, di amore e di senso di protezione. Soprattutto un percorso d’amore.

Talvolta, però, qualcosa sconvolge la vita biologica dell’individuo e della coppia. La sterilità maschile, ad esempio, o patologie dell’apparato genitale femminile bloccano il desiderio di un figlio. Il ricorso alle tecnologie riproduttive più attuali appare allora l’alternativa più logica, anche se questa comporta grandi sacrifici fisici e psicologici e un percorso difficile, che la coppia comunque decide di affrontare pur di arrivare a stringere fra le braccia un bambino.

L’alternativa oggi possibile è la fecondazione eterologa, un nuovo modello procreativo non approvato però dalla legge 40 e che è oggetto di approvazioni e dissensi ed è vietata in Italia. Parliamo della legge 40 del 19 febbraio 2004 sulla procreazione medicalmente assistita (Pma), sulla quale si è pronunciata anche la Corte Costituzionale.

Cosa dice chi non approva la fecondazione eterologa?

Un figlio dev’essere frutto dell’amore tra un uomo e una donna, il frutto della vita di coppia. Ma la scelta di mettere al mondo un figlio deve pensare anche alla felicità del figlio, nel senso che l’interesse del bambino deve essere garantito da un padre e una madre uniti dall’amore.

Ovviamente questo non vuol dire che il figlio può essere felice solo se frutto di una coppia biologica. Forse l’orientamento della Corte Costituzionale, non ancora ben definito comunque, ha proprio l’obiettivo di salvare l’amore coniugale. (Prof. Romano Forleo, ginecologo, membro del Comitato nazionale di bioetica).

Noi non siamo certamente in grado di esprimere un parere, possiamo solo dire che ognuno ha il diritto di fare le sue scelte, naturalmente con il grande senso di responsabilità che questa scelta comporta. Pensiamo sia giusto, però, dare un consiglio: le coppie che ricorrono alla fecondazione eterologa assistita, al momento opportuno, ovvero almeno dopo i 18 anni, è giusto che dicano al figlio il fatto di essere nato attraverso una fecondazione eterologa.

In effetti, non è facile. Ma non sono pochi i bambini nati con l’eterologa che, da adulti, si sono messi alla ricerca affannosa dei loro genitori biologici. Oggi come ieri come sempre, gli adolescenti non smettono di fare domande. È opportuno non trovarsi impreparati, anzi precederli dicendo loro la verità. Ma anche questo consiglio è azzardato, perché ogni famiglia ha i suoi diritti, il diritto di agire come vuole, ma non perdendo mai di vista il benessere dei figli. In ogni caso, è meglio che i figli apprendano dai genitori, piuttosto che da altri, la verità sulla loro nascita.