Federico Aldrovandi è morto nel 2005, ma il suo caso giudiziario non smette di far discutere, anche alla luce della sentenza in Corte di Cassazione dei giorni scorsi. Nonostante la condanna definitiva, sul profilo Facebook dell’organizzazione Prima Difesa, che si occupa del supporto giudiziario alle forze dell’ordine, sono comparsi insulti all’indirizzo di Patrizia Moretti, madre del ragazzo ucciso. La donna, considerato come gli insulti provengano anche da uno dei condannati, ha deciso di querelare chi l’ha attaccata.

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Le sentenze parlano chiaro: la giustizia afferma che i quattro poliziotti hanno fatto ricorso a eccessiva violenza su Federico Aldrovandi, causandone così la morte. Per questo motivo, la famiglia ha ricevuto un risarcimento dallo Stato, ma Patrizia Moretti in una recente intervista ha ribadito il desiderio che i colpevoli finiscano in carcere. I poliziotti, condannati tutti e quattro a 3 anni e 6 mesi di reclusione, non sconteranno la pena in cella per via dell’indulto.

Federico Aldrovandi è stato definito da un lettore su FB un “cucciolo di maiale”, mentre la madre è stata apostrofata come assente e incapace di seguire il proprio figlio. La prima a parlare, o meglio a scrivere sulla questione, è stata la presidente dell’associazione Prima Difesa Simona Cenni:

«Avete sentito la mamma di Aldrovandi… fermate questo scempio per Dio… vuole che i 4 poliziotti vadano in carcere… io sono una bestia.»

Subito le ha fatto eco uno dei poliziotti condannati, Paolo Forlani:

«Che faccia da c**o che aveva sul TG… una falsa e ipocrita… spero che i soldi che ha avuto ingiustamente possa non goderseli come vorrebbe… adesso non sto più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie…»

Due manganelli rotti, manovre d’arresto che impedivano ad Aldrovandi la respirazione e la normale circolazione sanguigna: è questo quello che riportano i verbali delle sentenze di ogni grado, per cui l’appellarsi dei poliziotti o dei loro sostenitori appare una difesa improponibile, soprattutto di fronte a chi ha perso un figlio. Un figlio colpevole di aver assunto quantità modiche di stupefacenti e di essersi trovato sfortunatamente sulla via del ritorno a casa: è giusto perdere la vita così? A giudicare da quello che affermano i commentatori di Prima Difesa, si direbbe di sì: quel parce sepulto virgiliano (letteralmente “risparmia colui che è morto”) è solo un’eco lontana e, non per tutti, ogni defunto è degno di rispetto.

Fonte: Il Fatto Quotidiano.