Due giovani, due artiste, ma soprattutto due donna che sentivano forte il dovere di denunciare, colpire nel profondo, sconvolgere l’animo di una società ormai abituata alla parola “femminicidio”.

Sara Onnis, 35 anni, e Michela Delle Cave, 27, avevano organizzato una performance d’effetto al Bastione Saint Remy (Cagliari): «Donne a pezzi», metafora sul femminicidio. Un manichino, fiocchi rossi simbolo di ferite e sangue, pitture, immagini e poesie. Evento annullato per vento e pioggia. Ma Sara e Michela avevano già deciso: lo choc vero non sarebbe stato nello spettacolo, ma dopo.

Hanno vagato nella notte in auto, sul sedile due bombole da campeggio: al mattino Sara ha aperto il gas e si è avvicinata la cannula alla bocca. Le hanno trovate chine, riverse una sull’altra, quasi abbracciate. Sara già morta, Michela con un filo di respiro sarà rianimata in ambulanza e salvata all’ospedale.

Una decisione non presa d’istinto, ma maturata per giorni: nelle rispettive abitazioni delle donne son state trovate delle lettere che spiegavano la ragione del gesto. Fogli dal contenuto secretato, scritti a penna, fitti fitti, che spiegano il loro tormento. Sara Onnis, ingegnere edile, Michela Delle Cave, artista (su Facebook si definiva ricercatrice nel corso di studi «Trovare se stessi»), affermavano di avere tanta voglia di fare, di vivere, ma in un altro e diverso mondo.