Quote rosa anche nel mondo del lavoro e non solo della politica? Perché no, è la risposta un po’ di tutte le donne. Sì, perché l’universo lavorativo femminile resta ancora molto lontano da quello maschile, in termini di diritti e di salario. Quando passò la legge sull’età pensionabile innalzata di cinque anni per le dipendenti statali, la giornalista Daria Bignardi scrisse sulle pagine di Vanity Fair:

“Immaginiamo che sia una provocazione.”

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Tale non fu, per questa ragione, le donne italiane a tutt’oggi chiedono maggior diritto di carriera sul lavoro, persino coloro che erano un tempo convinte che ce l’avrebbero fatta comunque ad affermarsi con le proprie capacità, ma hanno subito, anche ad alti livelli, la discriminazione. Non sono le donne italiane a combattere la battaglia delle quote rosa presso la Commissione Europa, ma anche quelle di altri paesi, augurandosi che la propria nazione, come Norvegia, Islanda, Spagna, Francia e Olanda si dotino di leggi in tal senso.

In Europa, nei consigli di amministrazione solo il 12% è costituto da donne, e il 3% è amministratore delegato. Si passa dal 26% della Svezia, al fanalino di coda di malta col 2%. Si dovrà raggiungere almeno il 30%, secondo l’obiettivo fissato dall’Ue entro il 2015 e si dovrà salire al 40% entro il 2020.

In Italia, si sono fatte promotrici della legge Alessia Mosca (PD), Lella Golfo (PDL) e Marisa Germontani (FLI), dimostrando come la parità sia un’interesse trasversale delle più importanti forze politiche. Mosca ha spiegato:

“Negli altri Paesi, le quote hanno provocato un cambio culturale che è andato ben al di là dei semplici posti assegnati alle consigliere. Ovviamente la nostra speranza è che quest’apertura ai vertici si riproduca a tutti i livelli aziendali. La discussione della legge ha già avuto un piccolo effetto positivo. Per molte non è più un tabù.”