Chi lo segue non può non essere d’accordo con lui. In fondo Aki Kaurismaki è solo uno dei registi di nicchia viventi più interessanti. Il suo cinema è dotato di un’incredibile ironia, una comicità fatta di stranezze, ma al tempo stesso di storie semplici che vedono come protagonisti degli assurdi reietti. Come “The Havre“, il suo ultimo lavoro, che ha lasciato a bocca aperta la platea del Festival di Cannes. Kaurismaki si è presentato con la sigaretta in bocca come Johnny Depp e ha proiettato il suo film, che è candidato per la Palma d’oro.

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La sua pellicola è una sorta di favola, un “miracolo“, come più lavori di molti acclamati registi che hanno mostrato una tendenza a Cannes. La storia è quella di un incontro tra un vecchio lustrascarpe, Marcel Marx, e il giovanissimo migrante africano Idrissa: il lustrascarpe ha una moglie malata e un passato boemmienne, mentre lo straniero viene da un container di Le Havre e vuole raggiungere la madre a Londra.

Kaurismaki ha girato come sempre con la sua vecchia camera, appartenuta un tempo a Ingmar Bergman:

”Dal 2006 ho girato Spagna, Italia, Portogallo e Francia: Le Havre è stata la mia ultima speranza. Me ne stavo andando deluso, ma infine ho trovato un piccolo angolo non molto moderno: perché la mia camera non ama la modernità. Bergman ci ha fatto due film, io 18: non è più la sua camera, ma la mia. Riposi in pace.”

E poi va in scena il suo show, la sua simpatia, quello che il finlandese Kaurismaki crede che il cinema debba trasmettere veramente, magari attraverso pochissimi sconnessi dialoghi, i paradossi di una realtà che forse in fondo è lei a imitare l’arte:

”Faccio quello che la camera vuole. È Le Havre, ma potrebbe essere qualsiasi paese europeo, tranne Finlandia e Svezia: nessuno è così disperato da andarci. Oggi gli uomini non sono più uomini, ma bambini: mettono perfino il profumo, e non lo dico per gelosia. E il 3D è roba da uomini ancora bambini. La storia è l’unica referenza, non importa come la mostri: 35mm, Super8, 3D. La gente segue la storia.”