Figli over 30 a casa per forza, mica per pigrizia. Le oltre 300 pagine dell’ultimo rapporto Istat sullo stato del Paese dicono molte cose sugli effetti della crisi strutturale che stiamo vivendo e ridà un minimo di dignità a una generazione troppo in fretta bollata come responsabile delle sue disgrazie. I figli bamboccioni, in Italia, ci sono, ovvio, ma la maggior parte è solo stata esclusa dalle chance che hanno avuto i loro genitori.

Il rapporto 2012 dell’Istat si concentra sulla cosiddetta «mobilità ascendente», quell’ascensore sociale che almeno fino a un quarto di secolo fa garantiva che al sacrificio per gli studi sarebbe corrisposto un lavoro adeguato. Ma oggi nulla di tutto questo: il sistema paese, per una complicata serie di fattori conservativi e mancanza di lungimiranza della politica, ha scaricato il peso della mancanza di competitività della nostra economia sui giovani, col risultato di soffocare le loro ambizioni.

Le cifre sono da sconvolgimento biblico: un giovane su due di età compresa fra i 25 a i 35 anni vive coi genitori perché non può mantenersi. Si aggiunge poi il fenomeno dei cosiddetti Neet, giovani che non studiano né non lavorano: sono più di due milioni.

L’Italia non è un paese per giovani, si sa, e neppure per donne. Quindi, com’è logico, si può affermare che la cosa peggiore che ti può capitare in Italia è essere una giovane donna, nel paese dove esistono insuperabili classi sociali – i figli degli operai hanno meno probabilità di laurearsi di quelli delle classi agiate – e dove il 44 per cento di coloro che sono nati dopo il 1980 sono occupati soltanto in contratti a tempo determinato, e sei hai iniziato con un lavoro da operaio, dieci anni dopo nel 29,7 per cento dei casi sei ancora precario.

L’altro effetto di questa crisi è il numero di matrimoni: essendo dimezzata, dal 1992 al 2012, la quota di giovani che esce di casa per sposarsi, stanno diminuendo i matrimoni, e le famiglie di fatto, ricomposte, i single, e tutte le altre forme di relazione tra le persone sono tanto presenti nella società (7 milioni su un totale di 24 milioni) quanto non considerate da una legislazione che spesso le esclude dal welfare. Questa rivoluzione ha deteminato il boom delle convivenze e quelle delle coppie senza figli.

Fonte: Istat – Rapporto Annuale