Figli di immigrati, italiani a metà. Il Presidente Giorgio Napolitano è tornato nuovamente sull’argomento, che gli deve stare molto a cuore. Dopo l’incontro al Quirinale sui nuovi italiani, ieri è arrivato un altro chiaro invito al Parlamento a legiferare per colmare questo vuoto normativo.

Il Presidente della Repubblica ha sottolineato la necessità di dare la cittadinanza italiana ai figli di genitori immigrati, intervenendo a margine dell’incontro con la delegazione della Federazione Chiese Evangeliche italiane.

«Ho messo soprattutto l’accento su quella che è un’autentica, non so se definirla follia, assurdità, cioè quella dei bambini di immigrati nati in Italia che non diventano cittadini italiani. Noi abbiamo oramai centinaia di migliaia di bambini immigrati che frequentano le nostre scuole e che, per una quota non trascurabile, sono nati in Italia, ma a essi non è riconosciuto questo diritto elementare, ed è anche negata la possibilità di soddisfare una loro aspirazione – che dovrebbe corrispondere anche a una visione nostra, nazionale, volta ad acquisire delle giovani nuove energie a una società abbastanza largamente invecchiata, se non sclerotizzata.»

La questione è nota: la legge italiana è una delle poche a non prevedere lo ius solis, privilegiando lo ius sanguinis. In altri termini, il diritto di cittadinanza non si acquisisce per il semplice fatto di essere nati in questo paese, ma viene considerato un diritto tramandato dal grado di parentela. Così, i figli di immigrati che pure nascono in Italia, frequentano la scuola, lavorano e di fatto sono italiani, devono aspettare il compimento del 18° anno per chiederla, e devono farlo entro il 19°. Inoltre, basta una vacanza nel paese natìo dei genitori per interrompere il decorso dei termini. Impedendo così anche viaggi di studio.

Emerge la paradossale iniquità della legge che prevede la richiesta di cittadinanza dopo 10 anni o dopo un matrimonio con un cittadino italiano, che quindi dà la possibilità di cittadinanza ai figli – per ereditarietà – senza dare importanza al loro percorso, così diverso e più definitivo di quello dei genitori, che andrebbe considerato in modo autonomo.

Secondo il Presidente della Repubblica, questa situazione è intollerabile, e pur sapendo delle accese discussioni attorno a questo tema si augura che il mutato clima politico aiuti a trovare una soluzione, puntando proprio sull’autonomia parlamentare.

«Un Parlamento che vorrei fosse pienamente cosciente del fatto che adesso si apre un campo di iniziativa anche maggiore che nel passato. In sostanza oggi c’è una distinzione abbastanza netta per la stessa natura e formazione del nuovo governo, tra il Governo e il Parlamento. Il Parlamento ha dei campi a sé riservati, nei quali il Governo, anche programmaticamente, non si propone di intervenire con proprie decisioni o proposte.»

Un eventuale intervento in questo senso cambierebbe la vita di centinaia di migliaia di bambini di origine straniera che attualmente vivono una condizione sospesa: italiani di fatto (nati, vissuti e scolarizzati qui), ma esclusi da una serie di diritti e opportunità che sono terreno dei cittadini italiani in piena regola.

Fonte: Ansa