Dal finocchio, la pianta erbacea commestibile appartenente alla famiglia delle ombrellifere, utilizzata anche a scopo terapeutico, deriva anche il modo di dire «farsi infinocchiare» la cui origine è piuttosto singolare.

Questa frase, che significa «farsi rigirare come un calzino, farsi raggirare, abbindolare», proviene da una usanza di epoca medioevale, decisamente poco ortodossa.

Visto che il sapore del finocchio riesce a sovrastare il gusto degli altri ingredienti alimentari o quello delle bevande, gli osti del Veneto usavano portare, insieme al vino più scadente, un vassoio di rametti di finocchio.

Accompagnando il vino con il finocchio, infatti, gli avventori dell’osteria non si accorgevano di quanto la bevanda servita, fosse mediocre.

Questa verdura invernale ad ogni modo, viene utilizzata in erboristeria per le sue proprietà depurative antiinfiammatorie e diuretiche.

Con il suo aroma si sgrassano piatti a base di carne di maiale, e con l’anetolo, che è l’essenza che si estrae dal finocchio, si producono alcuni apprezzati distillati e liquori, come la sambuca.

Nella Francia del milleottocento, poi, il finocchio veniva consigliato alla puerpere per le sue proprietà galattogene, come coadiuvante della montata lattea.

E comunque del finocchio non si butta via niente, soprattutto nella sua variante selvatica, visto che i semi del finocchio che nasce spontaneo, insaporiscono pane, torte e biscotti oltre che primi e secondi piatti.