Elettroshock, ma per finta. È questa l’ultima provocazione mediatica proveniente dalla Francia, dove è stato realizzato il documentario “Il gioco della morte“, del regista Christopher Nick. La pellicola è ambientata all’interno di un finto reality, in cui i concorrenti vengono torturati. Il film andrà in onda mercoledì sull’emittente pubblica France 2.

Di che reality si tratta? Lo scorso aprile ottanta persone sono state selezionate per partecipare a questo strano gioco a squadre: ogni team è formato da due concorrenti, uno in studio e l’altro isolato in una stanza, cui viene chiesto di memorizzare associazioni di parole sulle quali vengono poste delle domande. Se il concorrente sbaglia gli vengono somministrate della altissime scariche elettriche, precipitandolo in un circolo vizioso: è troppo difficile, infatti, concentrarsi dopo una scarica.

Però è tutto finto, sia la presentatrice che il concorrente seviziato, attore assoldato dalla produzione: tutto tranne gli ottanta selezionati, che credono che sia tutto vero. Solo tre di questi si sono rifiutati di infliggere dolore, gli altri non hanno battuto ciglio. Si tratta di un gioco ispirato all’esperimento di Stanley Milgram, il quale voleva comprendere i meccanismi di adesione al nazismo studiando le tattiche indotte dall’obbedienza.

Naturalmente, questo filmato sta destando molte perplessità, in particolare sul ruolo della televisione nelle nostre vite e la funzione autoritaria o totalitaria che questa possa suscitare.

Si è molto lontani dal programma comico della Gialappa’s band “Mai dire banzai“, in cui veniva mostrato una sorta di “Giochi senza frontiere” asiatico, in cui i concorrenti subivano molto dolore, stavolta per davvero e volontariamente. Un discorso diverso, per noi che sorridevamo di quella cultura così lontana, che si basa sul fatto che il dolore tempri la volontà. E la cui ragion d’essere si trovava in una parola: volontarietà.