Freddie Mercury si spegneva in queste ore vent’anni fa. Un’icona, il personaggio che ha detto tutto prima di tutti, colui che ha cambiato per sempre il volto della musica rock, l’idolo che ha scandalizzato i media ma che ancora oggi emoziona con la sua voce, con i suoi testi, con il suo ricordo.

Si chiamava in realtà Farrokh Bulsara, Freddie Mercury era il suo nome d’arte. Nato nel 1946 a Stone Town a Zanzibar, la località africana oggi non lo riconosce e non lo celebra e, anzi, lo ignora. Mercury ha però fondato i Queen, una delle band pietre miliari della musica della quale ha fatto parte fino alla morte per AIDS, avvenuta il 24 novembre del 1991.

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Alcuni dei suoi pezzi più celebri sono stati “Bohemian Rhapsody”, “Don’t Stop Me Now”, “Somebody to Love” e “We Are the Champions”. Eccessivo, kitch, esuberante, Mercury era però una persona molto riservata, tanto che volle tenere segreta la sua malattia, contratta in un rapporto omosessuale, fino alla fine. Tranne nell’ultimo giorno della sua vita, quando decise di diramare un comunicato sulle sue condizioni di salute:

«Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell’HIV e di aver contratto l’AIDS. Ho ritenuto opportuno tenere riservata questa informazione fino a questo momento al fine di proteggere la privacy di quanti mi circondano. Tuttavia è arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa tremenda malattia.»

L’AIDS e l’omosessualità di Mercury sono le ragioni per cui a Zanzibar non lo si ricorda, se non in un piccolo locale defilato sulla spiaggia, e dove sono vietati non solo gli anniversari, ma anche le stesse canzoni dei Queen. Sull’isola, infatti, l’omosessualità è proibita e la casa del cantante è volutamente lasciata spoglia. Lo stesso non succede a Montreaux in Svizzera, dove Mercury passò un periodo prima della morte e dove una statua è quasi venerata quotidianamente dai fan di tutto il mondo.

E di certo Freddie, che ha un decisamente cambiato il mondo con la sua arte, forse avrebbe mirato un cambiamento più radicale per il rispetto dei diversi, qualunque sia la loro diversità, e avrebbe sperato in una cura per la malattia che l’ha ucciso. Così non è stato, ma forse su questi temi il mondo è migliorato rispetto a quanto Mercury ebbe modo di conoscere. E resta sempre una speranza, una speranza che è fatta di pura bellezza, ogniqualvolta un suo fan lo sente cantare nelle orecchie e nel proprio cuore.

Fonte: La Stampa, Adnkronos.