Sono servite a poco le rassicurazioni della TEPCO e degli esperti sostenitori del nucleare, perché alla fine si è verificata l’ipotesi peggiore: il disastro della centrale di Fukushima ha raggiunto il livello massimo di gravità, lo stesso di Chernobyl.

Quello ucraino del 1986 era finora stato il termine di paragone dei disastri atomici, lo spauracchio che molti esperti si affaticavano a far sembrare lontano e irraggiungibile.

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Frasi come “Non siamo assolutamente al livello di pericolosità di Chernobyl” sono state il leitmotiv di tanti scienziati nostrani e internazionali, i quali ritenevano fondamentale non spargere il panico nei confronti dell’energia nucleare.

Per il momento l’Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale del Giappone fa sapere che la radioattività dispersa è circa il 10% di quella del 1986, ma un funzionario della TEPCO, la società che gestisce gli impianti nucleari, ha invece comunicato che la perdita non si è ancora arrestata completamente, e si pensa possa persino superare quella della centrale ucraina.

Di fatto, il significato della modifica del livello di allerta, comporta un peggioramento delle aspettative sugli effetti del disastro sulla salute dei cittadini e sull’ambiente stesso. Allo stato attuale delle cose, le conseguenze su persone e animali sarebbero quindi, per definizione stessa del governo giapponese, “considerevoli”.

Mentre in Italia si avvicina il referendum abrogativo previsto per il prossimo 12 giugno, l’innalzamento del livello di gravità da 5 a 7 per il dramma giapponese arriva senz’altro come una mazzata sui sostenitori di questo tipo di energia.