Gabriele Paolini compie 35 anni in questi giorni e dichiara di non voler essere più un disturbatore, dopo tante querele e una tesi di laurea su di lui.

Si può diventare un personaggio televisivo pur non conducendo o non essendo ospite, neppure occasionale, di un programma? Pare di sì, almeno questo è quello che è successo a Gabriele Paolini, l’uomo che compare spesso alle spalle dei giornalisti televisivi, soprattutto di quelli Rai, disturbandone il consueto lavoro.

L’iper presenzialista si autodefinisce “inquinatore televisivo“, e utilizza il mezzo mediatico per dire la sua sui più disparati argomenti, dall’uso del preservativo (di cui si dichiara profeta e in favore del quale ha iniziato la propria attività di protesta, a causa di un amico morto d’Aids, malattia contratta a causa di un rapporto non protetto), alla strage di Ustica, alla politica (ultimamente inveisce spesso con cartelli contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi), alle posizioni del Vaticano.

Nelle scorse settimane, Paolini si è reso protagonista di un episodio ampiamente criticabile. Ha “disturbato” i funerali di stato dei volontari italiani morti in Afganistan, causando le ire non solo dei giornalisti, che puntualmente lo querelano perché non riescono a svolgere in pace il proprio lavoro (e spesso la legge è stata dalla loro parte), ma di un po’ tutti i telespettatori, poiché il dolore richiede sempre e comunque una soglia di rispetto.

Amato o odiato che sia, Paolini si è guadagnato un posto nella storia della televisione italiana: il critico televisivo Aldo Grasso lo cita nella Garzantina tematica con una voce autonoma. Andy Warhol diceva che avremmo avuto tutti il nostro quarto d’ora di fama, e nella ricerca della popolarità una regola risulta fondamentale: nel bene o nel male, purché se ne parli.