Le lavoratrici donne continuano a percepire un salario molto più basso rispetto ai loro colleghi maschi. Questo fenomeno è denominato “gender gap” e colpisce le donne europee in maniera impressionante: secondo gli ultimi studi, infatti, per lo stesso impiego il gentil sesso è pagato il 16,3% in meno per ora lavorata rispetto agli uomini, per cui le donne in pratica lavorerebbero gratuitamente per ben 59 giorni all’anno.

Secondo un rapporto della Commissione Europea, tale situazione è dovuta non solo ad una retribuzione oraria inferiore per le donne, ma anche ad un numero inferiore di ore di lavoro retribuito e ad un minore tasso di occupazione, legato spesso alle interruzioni di carriera per prendersi cura dei figli o di altri componenti della famiglia.

Una così forte differenza va automaticamente ad incidere anche sulle pensioni tanto che, alla fine della vita lavorativa, le donne arrivano mediamente a percepire un assegno pensionistico del 39% inferiore a quello dei colleghi.

Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato finalmente l’allarme circa questa disuguaglianza che continua ad accentuarsi con la crisi finanziaria, colpendo il sesso debole sia nei paesi avanzati che in quelli in via di sviluppo.

Di certo la risoluzione ad un problema del genere non è per niente facile, ma il Fondo ha già dettato delle proposte che dovrebbero essere attuate al più presto per correre ai ripari: innanzitutto la rimozione delle restrizioni legali basate sul sesso e la revisione delle politiche fiscali per incoraggiare le donne a entrare nel mercato del lavoro, per poi passare alla creazione di spazio nei budget pubblici per le spese prioritarie quali le infrastrutture e l’istruzione, e l’attuazione di benefit per le famiglie. Seguendo queste direttive si arriverà, con il tempo, a diminuire un divario che negli ultimi venti anni è già calato in media di otto punti percentuali, ma che continua a persistere garantendo ai maschietti un salario superiore del 15% rispetto a quello percepito dalle colleghe donne.