I laureati italiani sono troppo pochi rispetto agli obiettivi europei, eppure sempre meno occupati e disposti a fuggire all’estero per avere un futuro. Il Rapporto Almalaurea scatta una fotografia deprimente della realtà italiana, perfettamente coincidente con quella generale dei dati Istat usciti nelle stesse ore. I laureati sono alle prese con la crisi e i giovanissimi che ancora vi devono accedere sembrano non credere più all’istruzione come ascensore sociale.

I dati non potrebbero essere più chiari: dal sondaggio emerge che meno di un 19enne su tre si iscrive all’università – e l’obiettivo del 40 per cento tra gli over 30 nel 2020 è sfumato senza possibilità di recuperare – e tra i laureati vige ancora l’insopportabile spread di genere per cui anche se le donne hanno performance migliori (il 40,6 per cento si laurea in corso), pagano più caro lo scotto della precarietà.

Dunque non è solo il calo demografico, che pure esiste, a indebolire il nostro parco di giovani menti nel Paese, ma anche il peggioramento delle condizioni professionali dei laureati e le difficoltà economiche delle famiglie a sostenerli. Insomma, se laurearsi servisse a qualcosa ci sarebbero più iscritti e non abbandonerebbero per cercarsi un’occupazione.

Se poi si va a considerare quello che dicono gli stessi laureati o laureandi italiani – cioè quelli che hanno superato il primo scoglio della motivazione personale – emerge tutta la disperazione di una generazione: il 44 per cento dei giovani con titoli di studio elevati si dice disposto a lasciare l’Italia. D’altra parte, un aumento di 13 punti di disoccupazione in neanche quattro anni tra i giovani è mostruoso e non poteva non avere questo effetto altrettanto visibile, di massa.

Il complesso dei dati del rapporto Almalaurea è difficile da sintetizzare, come spiega il suo direttore, Andrea Cammelli:

«È necessario mettere in evidenza l’estrema variabilità che caratterizza i diversi aspetti indagati e distinguere le offerte formative che si sono tradotte in risultati positivi da quelle in evidente stato di sofferenza, la capacità di valorizzare eccellenze ma anche quella di considerare i diversi punti di partenza apprezzando il valore aggiunto prodotto.»

Tra gli elementi tipici dell’università all’italiana, la scelta del corso di laurea sotto casa (scelta spesso errata, perché l’esperienza fuori casa è più formativa), e una sensibile differenza di estrazione sociale tra i laureati alla triennale e quelli della specialistica. L’altro elemento, caratteristico, è l’ottimo comportamento delle studentesse, prevalenti ormai in tutti i corsi universitari.

Le giovani donne italiane rappresentano da sole il 64 per cento della popolazione dei laureati quinquennali, si laureano prima (48,2 per cento contro il 45,7 per cento dei laureati) con voti più alti e fanno più esperienze di tirocini.

Fonte: Almalaurea