Diciannove lunghi anni sono trascorsi dalla strage di Capaci nella quale persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Il giudice era appena giunto da Roma e stava percorrendo la A29 direzione Palermo, all’altezza dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine cinque quintali di tritolo posizionati in una galleria scavata sotto la strada fecero esplodere letteralmente l’asfalto, producendo un cratere di detriti e lamiere. Delle tre macchine della scorta la prima venne scaraventata sulla carreggiata opposta, uccidendo sul colpo i tre agenti di scorta. La seconda, la Croma bianca guidata da Falcone, si schiantò contro il muro di cemento e detriti prodotti dall’esplosione. Solo feriti gli occupanti della terza macchina della scorta e una ventina di passanti che si trovavano a transitare.

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Il giudice e sua moglie, sprovvisti di cintura di sicurezza, vennero sbalzati contro il parabrezza con estrema violenza. Falcone, a cui furono riscontrate solo ferite lievi, morì durante il trasporto all’ospedale.

Dopo 19 lunghi anni oggi si conoscono solo gli esecutori materiali dell’omicidio, e non i mandanti da ricercare nelle trame oscure della collusione tra Stato e Mafia sulla quale stava indagando lo stesso Falcone. Una delle pagine peggiori della storia italiana, una vicenda che segna la fragilità della magistratura, molto spesso abbandonata a se stessa in quelli che sono territori di guerra e morte.

Il tempo ha sopito lentamente il ricordo di questa figura così importante, il suo coraggio e la sua abnegazione risultano quasi del tutto sconosciute alle nuove generazioni. Frutto di una disinformazione mirata ad affossare la sua memoria e il suo lavoro, in funzione di una demonizzazione della magistratura. Il suo testimone preso in consegna dal giudice Borsellino, ucciso tragicamente dalla mafia nel luglio dello stesso anno, è stato tramandato a tanti giudici e magistrati che ancora oggi combattono al fianco delle forze dell’ordine per contrastare infiltrazioni mafiose e collusioni in un territorio dove il coraggio sta nel non cedere al ricatto.

La morte del giudice Falcone fu un atto vergognoso della mafia, organizzazione contro la quale stava lottando da tempo non solo per combatterla ma per estirparla definitivamente. Per sradicare le sue radici malsane dal territorio e dai palazzi del potere, un compito importante e coraggioso che aveva il sostegno incondizionato un’intera popolazione. Sollecitando un risveglio delle coscienze e degli animi.

In questi anni, nonostante le commemorazioni e le manifestazioni continue che avverranno anche oggi, l’impegno per cancellare questa figura dalla memoria storica è stato lento e costante. In particolare le istituzioni e le più alte cariche dello Stato replicano da tempo gesti e parole automatici senza troppa convinzione.

Come ha sostenuto oggi lo stesso procuratore nazionale antimafia Paolo Grasso:

“Come è possibile dialogare con chi ti prende a schiaffi, con chi chiama i magistrati matti, cancro, golpisti?”

E sulla riforma delle Giustizia ha aggiunto:

“Io la contesto dal titolo. Non è una riforma della giustizia ma del rapporto tra magistratura e politica. Nel senso che la riforma che attendevano i cittadini è qualcosa di diverso, la possibilità di celebrare rapidamente un processo, eliminando regole e orpelli che ne rallentano lo svolgimento. Questo anniversario cade in un momento in cui i magistrati sono spesso messi sotto accusa, ma questo non ci deve turbare più di tanto anche se ci sono tentativi di delegittimazione noi dobbiamo rispondere con i fatti, i comportamenti, il lavoro, i nostri provvedimenti. Non dobbiamo accettare la rissa e dobbiamo continuare a fare il nostro dovere come abbiamo sempre fatto e come i cittadini vogliono”.

Intanto il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari ha riscontrato nuovi filoni d’indagine legati alla strage di Capaci, grazie anche alle dichiarazioni del pentito Spatuzza. Una nuova indagine ha quindi preso corso, anche se con difficoltà, organico e risorse limitate.

Il compito di tutti è quello di mantenere alto il ricordo e l’impegno, facendo nostre le parole di Falcone. Il suo lavoro sono l’imperativo attraverso il quale dobbiamo muovere i nostri corpi e spingerci all’azione, senza subire ma reagire a chi ci soffoca i sogni. Come ripeteva spesso Giovanni Falcone:

“Il vigliacco muore più volte al giorno, il coraggioso una volta sola, senza farsi condizionare dalla paura”.

Lasciamo a Ilda Boccassini il compito di commemorare virtualmente il giudice Falcone attraverso un messaggio di qualche anno fa, ma ancora purtroppo molto attuale

“Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di amici che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito”.

Di seguito tre video che vale la pena visionare, il primo racchiude il pensiero del giudice sulla mafia e sulla sua fragilità: