“Abbiamo paura, ma noi tutti abbiamo paura in modo diverso”. Così ha esordito Giuliano Ferrara nella prima, attesissima puntata di “Radio Londra”, che contro ogni aspettativa (e smentendo chi scommetteva su una trasmissione schiettamente politica e pro-Berlusconi) si è concentrata sugli eventi drammatici del Giappone e in particolare sulla paura atomica.

“Gli orientali hanno paura in modo più calmo, riflessivo”, ha spiegato Ferrara, arrivando al concetto che più gli premeva: l’arroganza della tecnologia rispetto alla Natura e alla Vita:

Galleria di immagini: Giuliano Ferrara

“Gli orientali non si pensano padroni della Storia, al centro del mondo, fanno anche loro le cose che facciamo noi – il Giappone è la terza economia del mondo, fabbricano i figli, li selezionano, vogliono decidere della nascita e della morte in base a quello che dice loro la tecnoscienza – ma nonostante questo nel momento più tragico riescono a riafferrare da qualche parte un senso della realtà, così diverso dal nostro.”

Tutto qui? In realtà, un piccolo spot filogovernativo c’è stato, perché questa premessa è servita al conduttore per raccomandare la stessa calma quando, tra qualche tempo, discuteremo attorno al nucleare. Ovviamente sottintendendo che sarebbe un grave errore farsi trascinare dall’emotività come già accaduto col referendum del 1987, quando l’80 per cento degli italiani abrogò lo sfruttamento dell’energia atomica:

“Noi dobbiamo controllare la nostra paura, senza negarla, mettendola al guinzaglio come una bestia che vuole mordere e che morde soprattutto noi. Se vinceranno la loro battaglia nella centrale di Fukushima, potremo dire che anche nella più grande devastazione quella fonte indispensabile di energia per i prossimi anni è relativamente sicura, ma se non la vinceranno dovremo pensarci molto bene.”

“Better safe than sorry” (meglio fare attenzione che compiangersi) anche secondo l’elefantino, insomma, che ha deciso di anticipare tutti sulla inevitabile discussione delle prossime settimane in Italia. Proseguire con il piano industriale o fermarsi, come stanno facendo Germania e Svizzera?